Annelise, il suo nome è legato a una produzione artistica intensa e internazionale. Le sue opere sono state esposte a New York, Parigi, Dubai e in Vaticano. Da dove trae origine il suo amore per l’arte?
“È una passione che nasce da molto lontano. Sono nata in Germania ma mi sono trasferita in Sardegna quando avevo cinque anni. Fin da piccola ho sentito il bisogno di creare: facevo mosaici, modellavo statuine in argilla, dipingevo. Era qualcosa di naturale per me, quasi un’esigenza, un’urgenza. A notare il mio talento fu Rafael Nieddu, un artista sardo, amico di famiglia, che mi disse: “Annelise, tu hai ispirazioni gaudiane“. Una frase che non dimenticherò mai. Anni dopo mi regalò un libro su Gaudí che influenzò profondamente la mia visione artistica”.
La sua carriera è poliedrica. Non è solo pittrice e scultrice, ma anche regista, scenografa, poetessa e stilista. Come riesce a conciliare tutti questi linguaggi artistici ed espressivi?
“Credo che ogni forma d’arte sia un’estensione di una stessa urgenza espressiva: il percorso di formazione che ho intrapreso all’Accademia delle Belle Arti mi ha dato gli strumenti e le occasioni per esplorare ma è stata la curiosità a farmi superare i confini tecnici. È il movente più potente. Ogni mezzo ha il suo modo di raccontare ma il messaggio, alla fine, resta coerente. L’arte, per me, è un linguaggio dell’anima, non del mestiere”.
Uno dei simboli ricorrenti nelle sue opere è il cavallo. Come mai questo protagonista?
“Il cavallo è per me archetipo, simbolo, energia. Non è solo un animale: è una creatura mitica, portatrice di forza, libertà e mistero. L’ho studiato a fondo, osservandone il movimento, la muscolatura, l’anatomia… ma soprattutto l’anima. Nei miei lavori cerco di restituire quello sguardo che segue l’osservatore ovunque, come se ci fosse un dialogo silenzioso tra chi guarda e chi è guardato. È una tecnica ispirata ai ritratti rinascimentali che applico ad un soggetto per me sacro”.
La sua casa-studio a Sanluri è un museo vivente. Ce la descrive?
“È un luogo che mi rappresenta profondamente. Un ampio patio decorato con mosaici accoglie chi arriva, quasi come un abbraccio. Ricorda un po’ le atmosfere del Parc Güell, che tanto amo. All’interno c’è un salotto con un pianoforte, un camino sempre acceso, e più di tremila opere realizzate nel corso degli anni. È qui che ricevo visitatori da tutto il mondo, appassionati d’arte, collezionisti, studenti… e racconto loro il mio percorso, tra emozioni, premi e tanta ricerca”.
Come vede il futuro dell’arte in Sardegna?
“La Sardegna è una terra ricchissima, non solo dal punto di vista paesaggistico, ma anche culturale. Eppure, spesso si fatica a valorizzare ciò che abbiamo. Troppe volte abbondanza fa rima con indifferenza. Sarebbe bello se si creasse un vero circuito artistico, fatto di mostre, residenze, laboratori. Le potenzialità ci sono tutte. Basta volerle vedere ed attuare.
Cosa spera che porti con sé chi guarda le sue opere?
“Emozione, o anche solo un piccolo sussulto interiore, una riflessione, una prospettiva inedita. L’arte, se riesce a toccare le corde più interne dello spirito, ha già ottemperato ai suoi doveri”.

