Le recenti vicende della morte della donna di 82 anni che per 12 giorni è rimasta in corsia con una frattura del femore, del decesso per infarto dell’uomo di 46 anni difronte alla guardia medica chiusa per mancanza di personale medico, della scomparsa della dottoressa Maddalena Carta, stimato medico di famiglia a Dorgali, a causa dell’eccessivo carico di lavoro derivante dall’abnorme numero di pazienti, rappresentano le diverse facce della stessa medaglia: il cattivo stato di salute in cui versa il nostro Servizio Sanitario Regionale. Una condizione di forte difficoltà solo in parte aggravata dal peculiare profilo demografico ed epidemiologico dell’isola: alto tasso di invecchiamento, bassa natalità, elevata prevalenza di patologie croniche e degenerative, alta incidenza di malattie tumorali ed autoimmuni (Diabete, Tiroiditi, Sclerosi multipla). Al resto abbiamo contribuito noi attraverso alcuni “primati”, di cui avremmo fatto volentieri a meno, che ci siamo conquistati con la nostra inettitudine.
La Sardegna presenta la più alta percentuale di cittadini – il 17,2% della popolazione, un sardo su cinque, soprattutto donne ed anziani – che rinunciano alle cure, per motivi economici e per l’inaccettabile lunghezza delle liste d’attesa. La conseguenza di tutto questo è che chi ha i soldi si rivolge alla medicina privata, gli altri desistono dalle cure. L’isola è agli ultimi posti tra le regioni italiane per quanto riguarda l’attuazione dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), che sono “le prestazioni e i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket), con le risorse pubbliche raccolte attraverso la fiscalità generale”. La Sardegna è la regione italiana dove la prima causa di morte sono i tumori e non le patologie cardiovascolari, come nella restante parte del Paese. A questo proposito sarebbe interessante sapere se finalmente sia stato attivato, si spera di sì, il Registro Regionale dei Tumori: strumento di conoscenza indispensabile per la lotta alla patologia neoplastica. E, soprattutto, sarebbe importante conoscere, attraverso un’indagine epidemiologica indipendente, se esiste una correlazione con i livelli di inquinamento dell’aria, dell’acqua e della terra.
Quello che sconcerta è che oramai questi dati vengono snocciolati come una sorta di cinica litania dimenticando che dietro l’apparente asetticità di quei numeri, di quelle percentuali, di quei più e di quei meno, si nascondono donne e uomini in carne ed ossa, la loro sofferenza, la loro frustrazione, la loro rabbia. Una situazione, quella che stiamo vivendo, la cui responsabilità non può essere fatta ricadere solo su chi oggi ha l’onere del governo della sanità ma deve essere fatta risalire su chi negli ultimi quindici anni si è avvicendato alla guida della Regione. Su chi ha commesso l’errore storico, sul piano culturale e politico, di non aver capito che il nodo strutturale dell’organizzazione sanitaria in Sardegna è il “territorio”, ed ha finito, con le sue scelte, per accentuare quella che viene chiamata la distorsione “ospedalocentrica”: risorse e personale che hanno favorito i grandi hub ospedalieri, a tutto discapito dei servizi territoriali.
Tutto questo solleva una questione di straordinaria rilevanza: la disuguaglianza dei cittadini rispetto ad un diritto costituzionalmente garantito, il diritto alla salute. A essere negato è un principio di civiltà: l’uguaglianza delle persone difronte alla malattia, rispetto ad un confine ultimo, quello tra la vita e la morte. Se qualcuno può curarsi e qualcun altro no, se a molti è negata la dignità della cura sulla base della propria condizione economica, o solo per il fatto di vivere in una parte dimenticata dell’isola rispetto ad una privilegiata, allora vuol dire che ad essere messi in discussione sono principi fondamentali della civile convivenza. L’esito finale, ahimè, non potrà che essere la frantumazione e il dissolvimento del principio di comunità.

