Al di là delle evidenti differenze politiche e di schieramento, enormi come un Grand Canyon, è possibile un confronto parallelo fra le due donne che governano a Roma e a Cagliari: Giorgia Meloni e Alessandra Todde? I più direbbero: “Assolutamente no”. Eppure, nonostante tutto, l’azzardo ha un senso. Perché a leggere le cronache politiche di questi giorni, entrambe vivono gli stessi patemi d’animo.
Se è vero com’è vero che le due passeranno alla Storia per essere state la prima presidente del Consiglio della Repubblica e l’altra la prima governatrice della Regione autonoma della Sardegna, più di qualcosa comunque le accomuna. Non certo sotto l’aspetto caratteriale, sono troppe diverse sia nei modi che nei toni, e neanche per quanto riguarda la gestione del potere interno ed esterno, a permettere il confronto è ben altro: la percezione incerta, zoppicante, che gli elettori hanno di Giorgia Meloni ed Alessandra Todde.
Entrambe, in un modo o nell’altro, si danno un gran daffare, ma ancora non riescono a risolvere i problemi che da sempre attanagliano l’Italia e la Sardegna. Nonostante le reciproche vittorie/sconfitte, pare che alle due machi sempre qualcosa, una manciata di centesimi, per dire: ce l’ho fatta. E’ colpa loro? Oppure delle persone di cui si circondano, o ancora degli alleati con i quali sono obbligate a fare i conti in ogni caso? Tutte tre le domande hanno altrettante risposte, ed è sempre un sì.
Ad esempio, il loro voler accentrare, focalizzare su sé stesse anche le scelte più delicate è per entrambe un difetto fin troppo evidente. Certo, Meloni e Todde ci mettono spesso la faccia ed è un loro merito, ma quando governi e amministri questo stesso aspetto rischia di trasformarsi in un boomerang, Perché chi ti sostiene si sente tagliato fuori, emarginato, a torto o a ragione. Il non condividere, l’arroccarsi nei Palazzi, non è e non sarà mai un segnale positivo per chi ti scruta e pesa oltre i muri di recinzione. Secondo: entrambe hanno la capacità di circondarsi più che altro di devoti signorsì, dimenticandoci che invece i migliori consiglieri sono quelli che sanno dire anche no quando ce n’è bisogno. Non assecondano, non sono degli adulatori, non ne approfittano, bensì propongono alternative, pongono dubbi fino ad alimentare il confronto. Si sa: il capo è sempre convinto di aver ragione mentre spesso non è così.
Terzo punto d’incontro: il rapporto con gli alleati. Entrambe sanno bene che mai potranno prescindere dalle coalizioni che le hanno sostenute nei seggi, e invece continuano a trattarli con diffidenza se non con insufficienza. Forse è proprio questo l’errore più grave che avvicina l’una all’altra. Nonostante quanto appare, entrambe non riescono a gestire i rapporti interni alle rispettive alleanze. Il voler insistere nel mantra “una sola donna al comando” finisce per far loro pagare dazio in più di una circostanza. E’ capitato diverse volte a Giorgia Meloni e di recente anche ad Alessandra Todde. Nessuna delle due, va sottolineato, ha in sé la forza di camminare e tanto meno comandare in solitudine. Soprattutto perché sul carro della vincitrice sono già saliti in tanti, mentre da quello della perdente subito salteranno giù in tantissimi.
Dunque, in conclusione, entrambe – soprattutto nella comunicazione ma anche nei risultati – hanno evidenti macchie politiche da smacchiare. Giorgia Meloni punta a essere ricandidata premier dal centrodestra nel 2027, così come Alessandra Todde vuole essere riconfermata la portabandiera del Campo largo alle elezioni regionali del 2029, ma per rivincere, considerando che le rispettive opposizioni stanno già affilando le armi, più di uno spigolo dovranno smussare. Ci riusciranno? A parte quanto riusciranno ad aggiustare, l’esito positivo delle loro reciproche aspirazioni dipenderà molto anche dagli avversari che si troveranno a fronteggiare nelle rispettive competizioni, ma questa è tutta un’altra storia.

