Sigmund Freud la definiva “coazione a ripetere”: quando i fallimenti non vengono adeguatamente elaborati essi tendono inesorabilmente a riprodursi. Questo avviene in Sardegna, oramai da qualche decennio, nell’affrontare la questione esiziale dell’assistenza sanitaria. Sono in tanti coloro – cittadini, pazienti, operatori sanitari – che continuano a chiedersi, inascoltati, come mai si continua a parlare di Sanità e non di Salute. Perché si continua a discutere di assetti gestionali ed organizzativi delle ASL e delle Aziende ospedaliere e non dei bisogni di salute dei cittadini? Perché al centro del confronto politico continuano ad esserci le nomine dei Direttori generali e non le modalità attraverso cui assicurare un diritto costituzionalmente garantito: il Diritto alla Salute? Perché si persiste nel voler rimuovere una questione dalla forte valenza etica e morale: l’uguaglianza delle persone di fronte alla malattia, rispetto ad un confine ultimo, quello tra la vita e la morte? Se infatti qualcuno può curarsi e qualche altro no, se a molti, a troppi, è negata la dignità della cura sulla base della propria condizione economica, o solo per il fatto di vivere in una parte dimenticata dell’isola rispetto a una privilegiata, allora a essere messi in discussione sono i principi fondanti della civile convivenza. Un’inaccettabile e dolorosa condizione di diseguaglianza che rischia di aggravarsi ulteriormente nei prossimi giorni e settimane, quando andranno a scadenza i contratti, non più prorogabili, dei medici a “gettone” impiegati nei pronto soccorso dell’isola. Il 28 di febbraio sono scaduti quelli che riguardavano i codici “minori”, quelli meno gravi, e il 30 di giugno quelli che hanno per oggetto i codici “maggiori”, quelli più gravi. Tutto questo rischia di avere effetti drammatici sulla capacità delle strutture ospedaliere preposte alla emergenza-urgenza di rispondere con tempestività ed efficacia ai casi più critici e complessi.
A soffrirne maggiormente saranno i pronto soccorso cosiddetti “periferici” (Oristano, Nuoro, Olbia, Tempio, Carbonia, Iglesias), ma le ripercussioni si estenderanno a tutto il sistema ospedaliero. L’assenza dei medici a “gettone” non lascia molti rimpianti. Il costoso ricorso ai medici in “affitto” ha rappresentato spesso una mera risposta “formale” alle esigenze dei pazienti e a quelle dei pochi medici pubblici strutturati, che a costo di turni massacranti hanno operato e continuano ad operare, con grande professionalità ed abnegazione, nelle strutture deputate all’emergenza. Dietro il ricatto dell’impiego dei medici a “gettone”, pena la chiusura dei pronto soccorso, si nasconde spesso l’assenza dei più elementari requisiti di idoneità del personale impiegato e di sicurezza delle cure: il mancato possesso di specializzazione o formazione adeguatamente documentata, la scarsa conoscenza dei protocolli operativi, la discontinuità assistenziale, le difficoltà comunicative legate alla lingua. Un “ricatto”che è andato avanti per diversi anni e che è costato alle casse regionali diverse decine di milioni. Ora in tutta fretta si pone il problema del che fare? Intanto sono trascorsi oltre sette mesi dalla decisione del governo Meloni di bandire dai pronto soccorso l’utilizzo dei medici in “affitto” e poco si è fatto, in questo lasso di tempo, per elaborare un’efficace strategia tesa a scongiurare gli inevitabili effetti negativi che si determineranno per i pazienti e per gli stessi operatori sanitari. Le richieste di confronto e i reiterati allarmi istituzionali più volte fatti pervenire, con comunicazioni formali, da parte dei Direttori dei pronto soccorso della Sardegna sono rimasti inascoltati. Ora, opportunamente, il Governo regionale cerca di correre ai ripari. È stata predisposta una “nuova strategia” i cui contenuti rischiano però di ridursi ad un make-up amministrativo. Si continua a parlare di “continuità dei servizi”, ma senza spiegare come questa debba essere garantita. Chi coprirà i codici minori dal 1° marzo? I medici attualmente impiegati sui codici maggiori, la risposta. Questo significa spostare personale da un’area critica ad un’altra, creando delle difficoltà che comporteranno aumento dei tempi d’attesa, una maggiore esposizione al rischio clinico e medico legale. Una domanda sorge spontanea: chi si occuperà dei codici maggiori? L’annunciato concorso per 44 dirigenti medici di emergenza-urgenza viene presentato come una soluzione strutturale. Ma tutti sanno che sul mercato del lavoro non sono reperibili. A meno che non si faccia affidamento su una sorta di “campagna acquisti” di professionisti già in servizio, incentivati a spostarsi da una ASL all’altra. Una competizione interna che non si tradurrà in un aumento di organico, ma in una mera redistribuzione interna. Una risposta formalmente corretta ma che rischia di rivelarsi inefficace: la maggior parte dei candidati è già inserita nel Servizio Sanitario Nazionale, lavora già nei pronto soccorso e nelle ASL. Il rischio è che il concorso appena bandito possa servire più a stabilizzare quello che già esiste che non ad incrementare il sistema. Ben venga l’erogazione dell’indennità di pronto soccorso, peraltro dovuta contrattualmente. Risorse arretrate (2023-2025) che giungono dopo anni di logoramento, burnout, aggressioni e carichi di lavoro insostenibili. Oggi servono però scelte strutturali elaborate con il pieno coinvolgimento degli operatori sanitari: una rete diffusa dell’emergenza territoriale, realmente integrata con il sistema ospedaliero; un modello organizzativo che anche attraverso una cospicua incentivazione economica, restituisca dignità e sostenibilità al lavoro nei reparti di Emergenza-Urgenza e renda attrattivo il lavoro nei pronto soccorso periferici; un intervento strutturale che modifichi in profondità una organizzazione sanitaria incentrata su quella che viene definita la distorsione “ospedalocentrica”: risorse, personale, apparecchiature che hanno favorito i grandi hub ospedalieri a tutto discapito dei servizi territoriali. Solo così sarà possibile sanare una delle disuguaglianze più odiose: la disparità dei cittadini difronte alla malattia.

