I polpastrelli indugiano sui tasti del computer. Forse tremano, anche. È tardi, c’è da scrivere due righe (!) sull’Olbia. Sul naufragio di una navicella che ha dovuto ammainare la propria bandiera (bianca), dopo aver disperatamente provato a non sbriciolarsi sugli scogli. Prima di andare avanti, però, c’è l’aspetto umano da mettere in primo piano: l’abbraccio di tutta una città va a Daniele Ragatzu, capitano, quartese di nascita e olbiese acquisito, che oggi proprio nella festa dedicata alla Mamma (sì, con la maiuscola) ha perso la sua. Forza, Danie’.
Tornando a Ischia, le scelte di chi scrive (da una vita) di calcio e dell’Olbia sono due: fare un romanzo, oppure limitarsi (almeno per oggi) a poche battute. Optiamo per quest’ultima soluzione. Come al solito, anteponendo i fatti alle opinioni (per queste ci sarà tempo per enuclearle in un secondo momento). L’Olbia è retrocessa in Eccellenza. Ha giocato bene per un tempo, È anche andata in vantaggio con uno dei figli della città: Romolo Putzu, di professione difensore, ma anche piccolo goleador come aveva già dimostrato con altre maglie prima di indossare quella che aveva sempre sognato, quella maglia bianca cha ha sentito appiccicata addosso, come una seconda pelle. Non è bastato, quel colpo di testa di Romoletto a disegnare i contorni di una favola possibile, ma purtroppo conclusasi senza quel lieto fine che solo i veri paladini dell’Olbia si auguravano che arrivasse insieme con il fischio finale dell’arbitro. Sì, lo speravamo con tutto il cuore, anzi con il cuore in mano, senza soffermarsi più di tanto su isterismi di massa, su polemiche inopportune, ferite aperte e non rimarginate, esternazioni di chi, il calcio, neanche sa cosa sia. Una speranza perduta, dissoltasi in un secondo tempo assurdo, la bruttissima copia del primo, con la doppietta di Belloni che ha uccellato una difesa non proprio impeccabile e ha fiaccato tutta la squadra. Sono tutte giuste e corrette le considerazioni fatte a caldo anche dalla società sul proprio sito e sui social a proposito del valore dei calciatori che si sono impegnati fino all’ultimo per evitare questa ignominia; sul rispetto che meritano gli stessi. Ma tutto ciò non può cancellare con un colpo di spugna o con un’improbabile bacchetta magica una caterva di errori commessi che, uno sommato all’altro, hanno dato origine a questa disfatta che mina anche l’onore di tutta una città. Una città che cresce, che è d’esempio per mille e una ragione, una città che è un’alternativa allo spopolamento di un’isola; una città baciata dal un Padreterno in gran spolvero per una posizione geografica e un clima da far invidia a luoghi più celebri e celebrati; una città che ha tutti i connotati per arrivare a una leadership inimmaginabile solo alcuni decenni fa. Ecco, questa è la ragione per la quale i polpastrelli tremano, nel pigiare i tasti del computer.
Ora, il desiderio di ripartenza auspicato a caldo anche da un messaggio della società è legittimo, ma prima occorre fermarsi un attimino e riflettere un po’ sugli errori (e le omissioni) commessi, non foss’altro per evitare di replicarli. Se siamo arrivati a quest’altro precipizio, le responsabilità non possono essere ascritte al destino cinico e baro o ai capricci dello Spirito Santo, o a chissà a quali altre castronerie. Qualcuno dovrà assumersi le sue responsabilità, indicando anche la loro percentuale, visto che di errori (e omissioni) ne sono stati commessi tanti. Se così non si facesse, finirebbe tutto a tarallucci e vino. Nascondere la polvere sotto il tappeto, anziché rimuoverla, è un esercizio ignobile. L’Olbia e Olbia non lo meritano.

