“Come sto? Sto bene, sono serena e felice: finalmente sono me stessa. Ci ho impiegato 48 anni a diventare donna, ma già quando ne avevo sette mi sentivo una bambina, non un bambino”.

Carla Baffi, 58 anni, un passato da servitore dello Stato (era un poliziotto, oggi fa l’attrice) risponde alla videochiamata con un sorriso grande così dal ventiduesimo piano (il penultimo) di un attrezzatissimo ospedale di Bangkok, dove un paio di giorni fa è stato coronato il suo sogno, dopo una “battaglia” combattuta per anni. Sapeva di essere donna, ma doveva diventare donna per davvero, a trecentosessanta gradi.

“Ora lo sono – confessa, gioiosa -, non ho ancora trovato il coraggio di soffermarmi sulla trasformazione, ma arriverà anche quel momento: l’importante è esserci riuscita”.

Quanto è stato accidentato il suo percorso?

“Beh, direi che mi sono decisa nel 2019, e l’anno successivo ho dato la spinta decisiva. Quindi, dal 2020 a oggi sono trascorsi quattro anni”.

Non le è mancata la pazienza.

“Intanto, la pazienza era alimentata dalla speranza, anzi dalla certezza, che ce l’avrei fatta. Eppoi, visto che dal mese di febbraio 2020 a quello di aprile 2024 sono trascorsi quattro anni, dico che non sono stati tanti, rispetto ad altre situazioni che conosco”.

Perché non ci ha pensato prima?

“Non era una decisione facilissima, la mia. Prima che alla mia persona, pensavo ai miei cari, a come avrebbero potuto reagire se avessi rivelato il mio piano senza le dovute cautele. Il rischio è che loro soffrissero e io non volevo assolutamente che ciò accadesse. Pensi che io dal lontano 1972, non stavo bene con me stessa per questa ragione”.

Novembre 2013, alluvione di Olbia: tra le 13 vittime, due facevano parte della sua famiglia. Una sofferenza atroce, immaginiamo…

“No, non è immaginabile. In un incidente (in zona Bandinu, a Olbia), ti càpita di perdere contemporaneamente la tua compagna Patrizia e la piccola Morgana, di appena 23 mesi. Una mazzata così non la si piò augurare neanche al peggior nemico”.

Perché si è fatta operare in Thailandia?

“Qui c’è l’eccellenza: è il migliore centro al mondo: il primario che mi ha operato, il professor Burin, esegue qualcosa come duecento interventi all’anno. Forse era possibile ricoverarsi anche in una struttura di Roma, ma ho preferito puntare sull’eccellenza”.

Cosa consiglierebbe a chi volesse sottoporsi allo stesso intervento.

“Di andare spedito, di non indugiare. La fase preparatoria è la più lunga. Prima di arrivare al tipo di esami cui è obbligatorio sottoporsi, bisogna affrontare la fase burocratica. Per esempio, la procedura per sostituire i documenti personali non è semplice né tantomeno veloce, e così tante altre che all fine ti consentono di uscire da una sorta di tunnel”.

Le sarà costato una fortuna…

“Beh, devo dire di no perché la Regione Sardegna, per questo tipo di interventi, concorre in maniera significativa al rimborso quasi totale (siamo all’80 per cento).

Quanti giorni ancora dovrà restare in ospedale?

“Almeno quattro o cinque. Dovrò a breve fare a meno del catetere e verificare che tutto proceda come dovrebbe (il professore mi ha rincuorato), poi comincerà la convalescenza, intervallata da una serie di controlli. Starò a Bangkok sino a metà maggio”.

Per poi tornare in Sardegna, a Olbia.

“Certo. Sarò a Olbia. Libera dalle catene”.