Il male dei nostri tempi ha una sola causa: l’allontanamento dell’essere umano da ciò che Antonangelo Liori definisce realtà. Una realtà che altro non è che l’antico e indispensabile legame dell’uomo con la terra, con la natura, una natura che un tempo ci  era alleata ed oggi, sempre più spesso ostile, se non nemica.

L’evoluzione dell’essere umano è una naturale conseguenza dello scorrere del tempo e dell’inevitabile tentativo di adattamento, oggi così convulso da farci perdere di vista l’essenziale. L’evoluzione è qualcosa a cui non possiamo sottrarci, ma quando essa è mal interpretata, la conseguenza metaforica per l’uomo somiglia molto a quella affascinante parola che in sardo indica l’abbandono della propria terra natale per mettere radici in luoghi lontani: “su disterru” che indica lo sradicamento, quasi mai indolore. E lo sradicarsi comporta sempre un allontanamento dalle cose importanti. Ci si allontana dalla propria identità, dalle tradizioni, dai costumi, e spesso anche anche dai valori, che in terra straniera possono essere diversi. Ci si adegua per sopravvivere, ma ciò che è perduto continua ad aggirarsi come un fantasma nel cuore di chi si separa dai luoghi di origine. L’uomo, da quel momento, non sarà mai più lo stesso.

“Dio è un pastore”. Questo è il titolo del nuovo libro che sta facendo viaggiare Antonangelo Liori in lungo e in largo per i territori più caratteristici della Sardegna. Numerose tappe nei paesi che ancora custodiscono gelosamente le antiche tradizioni legate al mondo agro-pastorale, conservando, nell’epoca della convulsa rivoluzione tecnologica dell’IA, quella identità che definisce il popolo e lo guida lungo la retta via.

Siamo a Buddusò, nella biblioteca del centro culturale. La presentazione del libro di Antonangelo Liori è inserita nel ricco programma del ciclo di lezioni dell’Università delle tre età. L’aula è gremita. Dal viso degli studenti si scorge l’ entusiasmo. “Non è la prima volta che il dottor Liori dedica sé stesso a questa comunità” dice, con evidente fervore, Maria Grazia Saba, responsabile dell’Uni 3 di Buddusò.

Antonangelo Liori è magnetico, con i suoi forti tratti di uomo sardo, espressi con un percepito simpatico spavaldo orgoglio nel parlare,  nell’abbigliamento e nell’andatura. Apre spesso le sue lezioni con una stessa frase “Io non parlo mai di ciò che non so, parlo solo di ciò che conosco”. E chi lo conosce sorride sotto i baffi, e chi non ce li ha, lo fa ponendosi una mano davanti alla bocca, perché sa bene che l’ex direttore dell’Unione Sarda è una fonte inesauribile di cultura storico-letteraria, di attualità, di politica e di tanto altro, con le sue (quasi) 5 Lauree, oltre alle esperienze che gli ha conferito da la vita,  senza mai tralasciare i particolari, che sono il suo forte, che lo rendono quasi maniacale, in grado di stupire chiunque lo ascolti. Ma Liori possiede una dote: è camaleontico. Quella capacità innata di rapportarsi alla gente calandosi nelle realtà di ciascuno di essi, trasformandosi ben presto in un amico spiritoso e totalizzante.

“I sardi spendono 5 miliardi in scommesse e 180 milioni per il pane. Sottraendo le vincite, la perdita netta è di un miliardo”. Squaderna senza indugio i numeri, Antonangelo Liori, numeri che fanno rabbrividire la platea dei discenti. È il ribaltamento dell’ordine delle cose: ciò che prima, per l’essere umano, era naturalmente essenziale e necessario, oggi non lo è più, perché sostituito dal superfluo. E quando le premesse sono sbagliate le conclusioni possono portare a risultati  disastrosi.

Il pastore è colui che non perde mai di vista l’imprescindibilità della sostanza, e i risultati del suo vivere in modo profondo e totale la natura si rivelano nel suo modo di vivere in società e nelle singole relazioni personali, vissute con la stessa intensità, essenzialità e necessità che gli è stata insegnata da generazioni in generazioni dalla terra di cui si prende cura.

Liori  pone spesso l’accento sulla parola “cura”, parola che si è riverberata nell’aula della biblioteca del centro culturale di Buddusò, avvolgendo, come fosse un abbraccio quell’ora e mezza di relazione sulla metafora che il suo libro vuole svelare. La generosità dello scrittore e dell’oratore Liori viene percepita dagli uditori, e si rivela anche durante lo spazio dedicato alle domande e alle riflessioni del pubblico, che ha condiviso con l’autore frammenti della propria vita ancora legata alla terra.

Il pastore sa bene che se non piove, l’erba non cresce. Questo è il segreto della lungimiranza di questi uomini, che sono consapevoli del fatto che se l’erba non cresce, tutto è destinato a perire. Questo è il motivo per cui, conclude Liori, l’essere umano deve tornare alle origini, e deve reimparare a prendersi cura delle proprie radici, ma soprattutto della terra che gli dà il nutrimento e gli consente di continuare a custodire quel dono irripetibile che è la vita.