(Continua il dibattito sulle energie rinnovabili. Antonio Appeddu controreplica, senza polemiche di sorta, a Ivan Paone, ma in lista di attesa ci sono altri interventi che pubblicheremo nei prossimi giorni)
Ho letto con attenzione le osservazione di Ivan Paone alla mia breve riflessione sul tema del FER e le ho trovate idonee per aprire un sereno confronto sul tema. Come, in sostanza, sosteniamo entrambi, partiamo da una base di posizioni condivise che possono consentire di mirare all’obbiettivo di definire, per tutta la Sardegna e per il suo mare, una proposta di transizione energetica che sia “per i sardi” e non “contro i sardi”.
Come già detto in precedenza, credo che in Sardegna ci siano pochi nemici delle fonti energetiche rinnovabili, così come penso che pochi tifino per il mantenimento in funzione delle centrali a carbone di Fiumesanto e Portoscuso. Per cui, sgombro il campo da dubbi per dire che, fra sistemi di produzione elettrica basati sulla combustione di fossili e la raccolta di energia elettrica dal sole o dal vento, preferisco la seconda alternativa. Anzi, dico che non c’è alternativa.
Ma, oggi, in relazione a questa opzione, ci sono due problemi. Il primo è un problema di “misura”. Come in tutte le cose. Se devo cagliare del latte, ho necessità del caglio. Ma se di caglio ne aggiungo troppo nel latte, sto rovinando tutto il lavoro che ho fatto; così come se aggiungessi un litro di aceto ad un piatto di insalata, non la sto migliorando, la sto solo rovinando. E, allora, partiamo dal presupposto che una cosa è buona se la consumiamo nella giusta misura.
Questo principio va applicato anche agli investimenti in rinnovabili in Sardegna e cerchiamo di capire il perché. La chiusura delle centrali a carbone sarde è prevista per la fine del 2025 dagli strumenti di programmazione pubblica in materia energetica. Ovvero, entro il 2025, in Sardegna dovremo produrre energia elettrica soltanto con le rinnovabili.
Nel 2018 la produzione di energia elettrica in Sardegna è stata di 12.210,7 GWh, di cui 9.138,1 GWh utilizzati per il consumo interno e 3.072,6 GWh esportati fuori dalla Sardegna. Pertanto, nel 2018 (ma è dal 2001 che produciamo più corrente elettrica rispetto a quella che consumiamo) abbiamo registrato un supero di produzione pari al 33,6%. Le due centrali a carbone, attualmente, hanno un peso molto modesto nel sistema produttivo elettrico sardo, atteso che registrano meno di 3.300 ore di funzionamento all’anno. In sintesi, noi non siamo “messi male” per quanto attiene il soddisfacimento delle nostre esigenze in corrente elettrica. Nel 2020, l’energia elettrica prodotta in sardegna attraverso fonti fossili è risultata pari al 75,2% del totale (fonte Piano Energetico ambientale della Regione Autonoma della Sardegna 2025-2030, pag. 94).
Orbene, a fronte di una situazione di sufficiente sicurezza energetica, si registra una proposta complessiva di investimento in FER (Fonti di Energia Rinnovabili) spaventosa. Infatti, con un fabbisogno futuro stimato da Terna in 7,45 GW, ad oggi notiamo una richiesta di nuove installazioni per 57,67 GW (fonte: Terna) per 809 nuovi impianti da realizzare (sì, avete letto bene: 809!). Terna, nelle sue previsioni, aveva previsto di installare, in tutta Italia!, nuovi 70 GW per garantire, con questi, il 65% dei consumi di elettricità. A fronte di tutto ciò, invece, ci troviamo ad avere, nella sola Sardegna, una richiesta di nuovi impianti che è pari a 8 (otto) volte le nostre necessità. Dette richieste sono così articolate:
–524 impianti fotovoltaici (22,99 GW),
-254 impianti eolici a terra (16,86 GW),
–31 eolici a mare (17,82 GW).
Di questi impianti, al momento, ne sarebbero stati autorizzati 427! Si tratterebbe (uso il condizionale per prudenza) di una marea di impianti capace di generare corrente elettrica per una popolazione di 50 milioni di abitanti! Chiaro?
A fronte di quanto sopra, adesso, bisogna far notare che tutti questi impianti sono di proprietà di multinazionali straniere e di qualche società italiana: nessun impianto è di aziende sarde. Nessuno. E bisogna chiedersi se tutto questo esubero di energia finisce disperso o va da altre parti; perché, se va disperso è uno spreco inutile; se, per contro, finisse in altre regioni, bisognerebbe domandarsi perché le pale eoliche non le mettano in quelle regioni, atteso che in Italia mancano molte cose ma non certo
il vento. E, ancora, possiamo o no pretendere di affermare che, se i surplus energetici prodotti in Sardegna non servono ai sardi, non dobbiamo, in alcun modo, pagare lo scempio ambientale e paesaggistico che la Sardegna sta subendo con questi giganti piazzati nelle nostre campagne e nel nostro mare per far fare soldi a terzi e senza utilità alcuna per la nostra comunità? O siamo così stolti da credere che ci stanno facendo un favore?
Il secondo problema, è di “modalità”. Come debbo io raggiungere l’autosufficienza energetica con le FER? Al momento, il battage della grande stampa e delle TV è orientato solo verso i parchi eolici (a terra e a mare) e quelli fotovoltaici. Perché ci si limita a ciò? Questa domanda ce la dobbiamo porre, perché il sistema che si va creando è un sistema che prevede la concentrazione delle ciclopiche produzioni di energia elettrica e la distribuzione polverizzata dei consumi. E su questo che io ho
segnalato che nel pensiero di Paone, così come l’ho letto sulla nostra rivista, manchi l’analisi. Infatti, l’allestimento di questi poli produttivi non è l’unica modalità per incrementare la produzione da FER: ad esempio, non viene preso in considerazione in misura adeguata il repowering degli impianti esistenti e si punta poco sulle CER, così come si potrebbe incrementare e di molto la produzione sui tetti, sia in ambito urano che industriale che agricolo. Allo stesso modo, si dovrebbe privilegiare
l’installazione degli impianti nelle aree già trasformate a fini industriali e artigianali. Insomma, ci sarebbe da fare un serio lavoro di pianificazione delle dislocazioni che, a oggi, non ha fatto nessuno.
Nel contempo, grazie alle norme “di comodo” di Mario Draghi e compagnia, si lascia libero l’imprenditore di scegliere liberamente dove collocare gli impianti e lo si munisce (sempre grazie a Draghi e compagnia) di poteri eccezionali, come quello di espropriare ai privati le aree su cui installare gli impianti.
Mi pare, perciò, che ci sia materia importante per proseguire una riflessione puntuale e approfondita da parte di tutta la comunità sarda per giungere alla soluzione che meglio si attagli alla nostra terra e alla nostra gente su questo tema che corre il rischio di rappresentare la nuova frontiera della colonizzazione della Sardegna da parte dello stato italiano.

