(Il collega Alfredo Franchini rievoca la festa di mezza estate di quarantadue anni fa con il suo amico fraterno Fabrizio De André)

Era il Ferragosto di una quarantina d’anni fa. Ti ricordi, Dori? Ne parliamo nella quiete dell’Agnata; a distanza di così tanto tempo, può accadere che i ricordi riaffiorino senza un motivo. Capita soprattutto quando il sole tramonta sulla casa avvolta nelle vite canadese, il caldo del pomeriggio sparisce e il buio di una vallata con poca luce artificiale avvolge un cielo pieno di stelle. Il Ferragosto di cui parlo con Dori Ghezzi è del 1982 e lo passammo sul camper che Fabrizio utilizzava per spostarsi in quella che era la sua terza tournée. L’avevo raggiunto a Viareggio nella Stadio dei Pini il 12 agosto di quarantadue anni fa e Fabrizio si era sùbito informato sulle mie condizioni perché qualche giorno prima avevo avuto un incidente con la mia Fiat Ritmo. Dopo il concerto di Viareggio venne l’invito a seguirlo nella tappa ferragostana a Montaldo di Castro e fu proprio in quell’’occasione che, a fine serata, il camper, guidato da Bruno Sconocchia prese la direzione di Grosseto dove ci fermammo per mangiare. Dori aveva comprato in rosticceria due polli ma ne aveva regalato uno a Cristiano che viaggiava su un altro camper.

Il cielo non era quello dell’Agnata e la notte di San Lorenzo era stata archiviata senza che un corpo celeste sfiorasse la mente. Eravamo in quattro su quel camper con un pollo solo e Fabrizio se ne lamentò. Per Dori fu gioco facile ricordare a Fabrizio della sua generosità e dell’attitudine a staccare assegni per gli amici in difficoltà: “Ti lamenti per un pollo, tu che due giorni fa hai regalato un milione (di lire)”? La domanda era pertinente ma incastrare Fabrizio non era affatto facile. “A quest’ora, fermi in autostrada, che me ne faccio di un milione? Il pollo, invece, ce lo saremmo mangiato”! E mi viene da pensare al suonatore Jones che si rivolge al mercante di liquore: “Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore”?

Allora, ti ricordi Dori? “Ah sì ma pensavo che ti riferissi al minestrone”. Già, un altro capitolo dello stesso tour su quel camper che dondolava come una barca a vela ma Fabrizio nonostante l’incedere incerto del mezzo pretendeva di cucinare”. Dori racconta che sulla pentola in cui gorgogliava il minestrone era stato posto sul coperchio un posacenere da barca, colmo ovviamente di mozziconi. Fu una curva presa troppo larga da Sconocchia a far saltare il coperchio con la conseguente caduta delle cicche nel recipiente. Come avrebbe detto l’amico Tognazzi di Amici miei che cos’è il genio se non idea e immediatezza di esecuzione? Fabrizio toglie al volo i mozziconi di sigaretta e offre l’inedito primo piatto a Cristiano e a Carlo Facchini, i quali assaporano di gusto un paio di bocconi ma poi sono fermati dalle risate e dalla confessione dello scherzo.

Quarantadue anni dopo nel silenzio dell’Agnata possiamo ripensare alla nostra distanza dalle stelle di cui scrive Fabrizio in Amico fragile e al desiderio di trovare un modo di vivere senza dolore. Luce luce lontana/ che si accende e si spegne/ quale sarà la mano/ che illumina le stelle… una volta Fabrizio, amante delle parole e dell’etimologia, ci ricordò che desiderio derivava dal latino: de (distanza) più sidera (stelle). La giornata all’Agnata sta per chiudersi e durante la cena il microclima del posto induce qualcuno a coprirsi le spalle. Si precipita nel buio del bosco allentato ancora da poche luci come una volta, come sempre. Ormai sopra di noi, in quel cielo stellato, si prospettano “ore infinite come costellazioni e onde/ spietate come gli occhi della memoria”.