Buio fitto. Con l’impiego di una rotativa su Cagliari diversa dalle macchine di Predda Niedda, e con il licenziamento o il trasferimento forzato di 13 operai, si chiude un ciclo. E non soltanto per il giornale fondato nel 1891 da un gruppo di avvocati mazziniani tra i quali spiccava il nonno omonimo di Enrico Berlinguer, il leader del Pci scomparso esattamente 40 anni fa. Gli ultimi provvedimenti – decisi dalla società editrice Sae Sardegna che gestisce La Nuova – fanno seguito al massiccio pensionamento anticipato di una dozzina di redattori e alle dimissioni annunciate da impiegati dell’amministrazione.
Nulla, tuttavia, succede per caso. O è ineluttabile (per ora). Ma le notizie più recenti sulla sorte del quotidiano e sul destino dell’eredità ricevuta nel dopoguerra da chi fece rinascere La Nuova dopo la soppressione disposta dal fascismo devono fare riflettere. Perché siamo tutti, noi sardi, di fronte a un disastro cominciato almeno una dozzina d’anni fa. Tra avvilenti sordine, mancate proteste, assordanti dimenticanze. E indifferenza assoluta persino da parte delle istituzioni. Eppure, sarà bene ripeterlo, questa di adesso non è una circostanza semplicemente sfortunata. Non può esserlo, dato che il patrimonio del secondo quotidiano storico della Sardegna è stato progressivamente impoverito, ceduto a pacchetti, disperso.
Il che è devastante, incredibile. Perché La Nuova Sardegna è arrivata ad avere quasi 200 dipendenti, a vendere tra 75mila e 60mila copie (1988-2008) e a tirarne fino a 100mila nel giorno medio. Organo d’informazione territoriale privato al servizio del pubblico. Una testata che grazie a direzioni illuminate, poligrafici, redattori, impiegati e addetti alla diffusione nei 35 anni della gestione Caracciolo/Espresso ha fatto macinare alla proprietà utili equivalenti a oltre cento milioni di euro al netto di tasse e di imponenti investimenti tecnologici. Ma oggi questo stesso quotidiano viene dichiarato in crisi dagli attuali azionisti. Tra ricorsi a cassa integrazione, pensionamenti anticipati, trasferimenti forzati di personale. Con l’alibi inaccettabile della carta stampata messa in difficoltà generale dall’avanzata del web: come se il giornalismo e l’editoria fossero finiti con la trasformazione dei mezzi di produzione. Ecco, però, qualche dato per capire meglio la situazione.
Nel passato più recente La Nuova ha attraversato diverse fasi critiche: 1) già una dozzina d’anni fa il maggiore proprietario – l’ingegner Carlo De Benedetti, subentrato a Carlo Caracciolo e a Eugenio Scalfari – decise di cancellare l’autonomia societaria della testata isolana, che pure nel trentennio precedente aveva prodotto ricavi da Guinness, così come di cedere ai figli l’intero gruppo nazionale Gedi; 2) poco dopo gli stessi figli vendettero le quote azionarie agli eredi Agnelli, rappresentati da John Elkann; 3) con una procedura inaudita nell’editoria, i nuovi manager nel 2017 diedero in affitto il quotidiano per cinque anni, alla società milanese DbInformation guidata dal giornalista Briglia e dall’editore Vallardi, per poi rimetterlo sul mercato.
In breve tempo, un tourbillon. A inizio 2022, ancora cambiamenti negli assetti: con un colpo a effetto, almeno su scala regionale, La Nuova passa da Gedi/Elkann a Sapere Aude Editori Sardegna, emanazione della Sae nazionale in terra d’Ichnusa: compra il 51 per cento il suo patron, Alberto Leonardis, cinquantenne finanziere abruzzese da breve nel campo. Lo fa dopo avere stretto un’intesa con alcuni operatori isolani che acquistano le quote restanti: industriali e imprenditori riuniti attorno al costruttore e ingegnere cagliaritano Maurizio De Pascale, ai quali va il 22 per cento; Abinsula per il 5 per cento; vertici della Fondazione Sardegna, titolari di un altro 22 per cento. Vengono versati 4,5 milioni, pari a tre quarti del capitale sociale complessivo. Così ripartito: 3.060.000 euro Sea, 1.320.000 euro ciascuna Fondazione Sardegna e Depafin Srl con capofila De Pascale, 300.000 euro Srl Abinsula. In questi ultimi mesi, poi, alla compagine si aggiungono altri operatori che in Sardegna si muovono abitualmente in settori che vanno dalle assicurazioni all’edilizia, dal turismo ai trasporti. Con il coinvolgimento nelle iniziativa della piattaforma online Sardinia Post.
All’epoca dell’acquisto, Leonardis e gli altri rappresentanti del nuovo gruppo promettono radicamento in Sardegna. Assicurano strategie di rilancio. Confermano come direttore responsabile della testata Antonio Di Rosa. Promuovono alleanze con la Fasi, la Federazione degli emigrati in Italia. E con vendite in edicola inferiori alle ventimila copie prospettano la distribuzione di prodotti collaterali, come libri e romanzi storici. Attorno all’intero caso tuttavia nascono interrogativi, stranamente ripresi però solo da riviste nazionali specializzate in questioni che riguardano l’editoria. Come mai? Perché sull’operato di Leonardis, in passato, avevano fatto sorgere perplessità l’acquisto del Centro di Pescara nel 2016 da Gedi e la repentina cessione a terzi nel 2019, assieme al dissidio venuto nel frattempo pubblicamente alla luce con il direttore da lui stesso nominato: Primo Di Nicola, già firma di punta del settimanale l’Espresso, nel 2018 eletto senatore per il movimento 5 Stelle. Altre polemiche erano nate per le critiche rivolte dai sindacati al management in quattro quotidiani locali ex Finegil/Gedi comprati subito dopo dalla stessa Sae nazionale. In particolare, i Cdr del livornese Tirreno, di Nuova Ferrara e delle due Gazzette di Modena e Reggio Emilia avevano rimarcato la limitata osservanza d’impegni assunti al momento dell’acquisto. La bagarre si era allargata tanto da determinare la rottura dei rapporti con un secondo dirigente giornalista ex Gruppo Caracciolo, Stefano Tamburini, a sua volta nominato da Leonardis appena un anno prima responsabile del Tirreno e direttore editoriale delle quattro testate.
Così, già dal 2022, nell’isola sorgono dubbi perfino sulla mancata pubblicizzazione dei cespiti patrimoniali al centro della trattativa per La Nuova: immobili, macchinari, impianti, attrezzature tecnologiche, depositi e così via. Omissis registrati, quantomeno, nelle trattative sindacali che a Sassari accompagnano la vendita. Non saranno date risposte precise nemmeno dal gruppo venditore, cioè Gedi. Già in quella fase il timore di alcuni dipendenti è che pure La Nuova possa trovarsi al centro di guai in parte simili a quelli che avevano scossò le redazioni “ex cugine Gedi” con le quali era stato condiviso un lungo percorso nella Finegil di Caracciolo/Scalfari. Però la Sae Sardegna smentisce qualsiasi ipotesi pessimistica, rassicura i lavoratori dell’informazione, dà garanzie formali di ripresa. Argomentazioni presto cadute alla prova dei fatti. Di questi ultimi mesi, dunque, le notizie filtrate dal giornale, ora diretto da Giacomo Bedeschi, su stati di crisi, allarmi economici, prepensionamenti. Ma sempre nell’indifferenza della politica. E sempre tra apparenti (quantomeno viste dall’esterno) acquiescenze di sindacati e di forze sociali impegnate a ricevere una corretta informazione.
Quarant’anni prima, all’acquisto della Nuova da parte del principe Caracciolo, si erano interessati della vendita i membri di due distinte commissioni del Consiglio regionale, leader di partito contrapposti come Cossiga e Berlinguer, altri esponenti del ceto regionale come Mario Segni, Armandino Corona, Alessandro Ghinami, Angelo Rojch. A fine 2021, in termini trasparenti, non se n’è occupato nessuno diverso da quei dirigenti politici che come Antonello Cabras (Pd) guidavano in quel momento la Fondazione Sardegna e sarà poi sostituito da Giacomo Spissu (sempre Pd).
Se presumibilmente è presto per parlare di primi bilanci sull’esito finale di tanti passaggi e di queste vicende, un aspetto va però sottolineato: sarà pure una delle tante aziende comprate e vendute più volte, ma La Nuova non è una fabbrica di scatolette. Produce news. Resta un giornale promotore di confronto e spirito pubblico, di autonomia e responsabilità civica per una Sardegna rispettata. Di più: le sue redazioni, tra le regole d’ingaggio, sono impegnate a svolgere un diritto/dovere garantito dalla Costituzione. Tanta subalternità appare perciò inspiegabile.
Forse c’è un motivo, allora, se in questa fase pochi sembrano ricordare che il quotidiano è un patrimonio lasciato all’isola dai fondatori: quei repubblicani che credevano nel progresso, nella giustizia, nella libertà di stampa. Che siano legati, questi riserbi, a una precisa circostanza? Magari al fatto che l’eredità avrebbe dovuto essere accettata dalla società civile sarda con un beneficio d’inventario sui futuri progetti editoriali? La stessa società civile che quel giornale – non l’azienda – aveva ricevuto in un lascito trasparente nel 1891 come strumento per un’informazione legata al territorio. Informazione aperta a tutti ma al servizio di nessuno. Nessuno, almeno, diverso dai lettori.

