Lecce evocava incubi dai quali ancora oggi, 48 anni dopo, noi cagliaritani non ci siamo mai pienamente ripresi. L’arancia di Cannito, che ci costò la sconfitta a tavolino dopo la vittoria sul campo per 1-0, ebbe conseguenze che rimanendo in ambito sportivo non è esagerato definire drammatiche. Intanto per la squadra, che vide sfumare la promozione in A (i due punti in meno la portarono agli spareggi persi). Quindi per il diciannovenne Bellini che vide l’annullamento del suo primo gol tra i professionisti. Poi per la tifoseria del Sant’Elia, che con le arance aveva un conto aperto già sei anni prima, quando Ferruccio Valcareggi vide bene di non dare neanche un minuto ad Albertosi, Cera e Domenghini (titolari fino alla partita precedente) nell’Italia che affrontava la Spagna proprio a Cagliari (Riva era ingessato). Il ct tornò a casa con qualche cassetta del gustoso agrume raccolto qua e là nello stadio nuovo di zecca. Spagna e Lecce oltreché per le arance avevano in comune per noi casteddai un ricordo per cosi’ dire “amaro“. Cosi si chiamava infatti l’attaccante iberico, Amaro Amancio, stella del Real che ci diede filo da torcere. E di fatto lo era anche il bomber del Lecce Montenegro (l’amaro Montenegro appunto). La presenza di quest’ultimo, una vita da goleador su tutti i campi di seconda, terza e quarta serie, Tempio compreso, aveva indotto l’allenatore Mimmo Renna a tenere in panchina quel giorno l’olbiese Vittorio Petta, nazionale juniores qualche anno prima, cresciuto nel vivaio rossoblù. Petta veniva da una bella stagione in doppia cifra col Sorrento e quell’anno in B avrebbe realizzato dei gol importanti. Mi ha raccontato recentemente che solo per un caso l’arancia colpì Cannito e non lui, che al rientro negli spogliatoi seguiva il compagno appena mezzo metro indietro. A salvarlo fu l’atteggiamento ardimentoso di Cannito che si era beccato con un rossoblù per un intervento un po’ rude, e accelerando il passo voleva raggiungerlo per mostrargli il segno dei tacchetti (del resto era di Barletta e aveva la sfida, anzi la disfida per dirla coi libri di storia, nel sangue). Ma il ricordo di quell’arancia era così vivo che per circa una decina d’anni il Cagliari si augurò di non incontrare un portiere dal nome sinistro che avrebbe potuto rievocare il triste trascorso: Tarocco. Per sua fortuna il citato numero uno, uomo di mondo, come per una precisa volontà di non infierire, incanalò tutta la sua carriera in serie diverse da quella in cui militava il Cagliari. Per cui quando giocava in A con il Genoa i rossoblù erano in B e via a seguire. Ma il Cagliari-Lecce odierno rappresentava anche una sorta di derby tra gli allenatori italiani che alla maniera di quelli di lingua spagnola e portoghese vengono chiamati per nome anziché per cognome e cioè Nicola e Giampaolo. Quest’ultimo, per sua stessa ammissione, sente più un altro derby, quello con l’Atalanta dove si affrontano Giampaolo e Giampiero (al secolo Gasperini), ma sono disquisizioni sulle quali non mi voglio addentrare.

Avrete capito che non ho dato finora molto spazio alla partita odierna, nonostante il poker del secondo tempo ci abbia riconciliato con i nostri beniamini. Luperto ha segnato il gol dell’ex, Deiola ha giocato una grande gara anche lui nelle vesti dell’ex. Piccoli, il più fresco degli ex, non ha segnato solo perché quell’invidioso di Krstovic gli ha negato un gol già fatto. E infine Gaetano, che col suo gol ha dimostrato di non essere un ex (giocatore), al pari di Marin, entrato col piglio giusto come dicono quelli che ne sanno. Dovrei godermi la vittoria e questa miniserie di 7 punti in tre partite, ma non ci riesco del tutto a causa della campagna acquisti. Vorrei finisse stasera senza altri movimenti. Colpa dei nomi che circolano: Dressers, Okereke, Bonazzoli, Jahnson… tutti mezzi giocatori sempre in bilico tra squadre sull’orlo di una crisi di nervi, impieghi alternati a panchine, e retrocessioni a go go nei rispettivi cv. Più che al mercato, sembra che Giulini cerchi rinforzi dal rigattiere. Poveri noi, per quanto tempo ancora dovremo soffrire così?