Il presente del Cagliari è un nuovo cda e un nuovovice presidente, il futuro, forse, una proprietà interamente a stelle e strisce. L’assemblea dei soci ha nominato Maurizio Fiori vice presidente, un passaggio annunciato dopo l’ingresso del fondo americano Praxis nel pacchetto azionario del club per una quota del 40%. Un’operazione finalizzata alla costruzione del nuovo stadio ma che apre scenari diversi. Gli americani avrebbero già dato la loro disponibilità a acquisire il 100% del Cagliari. Il pallino, naturalmente, resta nelle mani di Giulini. Con il 60% delle azioni in mano, il presidente è arbitro del destino della società.
L’ingresso del fondo Praxis ha suscitato molta curiosità nel mondo finanziario internazionale. Con l’aiuto diChatGPT è possibile ricostruire lo scenario dell’operazione. La domanda è: perché proprio il 40% delle azioni. La lettura da economista è che si tratta di una quota abbastanza grande da contare davvero. Intorno al 40% puoi prevedere in statuto diritti di veto su decisioni chiave (aumenti di capitale, vendita dello stadio, nuove linee di credito, cambio di sede). È la tipica dimensione di un “blocking minority” forte. Ma Praxis non avrà potere di controllo. Giulini resta al 60% circa, presidente e “volto politico”: questo aiuta nei rapporti con Comune e Regione e nella percezione pubblica del progetto stadio (ancora “sardo”, non colonizzazione esterna).
Il Piano Economico Finanziario (Pef) dello stadio è pronto, al massimo lunedì, sarà consegnato al Comune. Il piano è stato asseverato da Unicredit e ha avuto un primo ok dalla finanziaria regionale Sfirs. La palla passerà al Consiglio comunale per la dichiarazione finale di pubblico interesse, prima di indire la gara d’appalto. Il “Gigi Riva”, questo il nome già deciso dell’impianto, costerà 187–200 milioni, finanziati da fondi pubblici (60 mln), equity privata (Cagliari + costruttore Costim) e debito bancario per la parte restante. Qual è dunque la logica di Praxis & co? Entrare ora e incassare il re-rating del club quando lo stadio sarà operativo (più ricavi da matchday, hospitality, eventi, hotel).
Infine, la questione più incerta ma anche più intrigante. E’ un primo passo verso la maggioranza? Tutti i comunicati insistono sul concetto di partner di minoranza e sottolineano che il fondo è “supporto” e non destinato a subentrare nella gestione. Nessuna fonte aperta parla di opzioni call/put su ulteriori quote né di patti parasociali che disegnino già un passaggio di maggioranza. Ma allora quali sono gli incentivi per gli americani?
Ipotesi A: partnership stabile di lungo periodo con l’obiettivo di far crescere club + stadio, incassare dividendi e valorizzare la quota.
Ipotesi B: preparazione di un’uscita ordinata di Giulini dopo lo stadio. Dal punto di vista di teoria finanziaria, è quasi automatico pensare che un azionista imprenditore oggi diluisca per ridurre il rischio di un investimento molto grosso (lo stadio), domani, a impianto avviato e rischi di costruzione alle spalle, potrebbe vendere a multipli più alti, potenzialmente agli stessi americani o a altri. I nuovi soci potrebbero avere diritti di prelazione o co-vendita (tipicissimi in questi deal), che li mettono in pole position se un giorno Giulini decidesse di uscire. Ma questi patti, se esistono, sono riservati. In sintesi, sul “primo passo verso la maggioranza”, ChatGPT risponde: possibile, perché l’asset stadio rende verosimile una futura exit di Giulini a progetto “de-risked”, e perché è tipico che gli investitori finanziari vedano nella minoranza forte un’opzione reale sulla maggioranza. Attenzione, si tratta di un’ipotesi non ancora dimostrata. Non c’è, a oggi, alcun elemento pubblico (frasi, leak, strutture dichiarate) che permetta di dire che esista già un percorso contrattuale verso il controllo. Insomma, non ci resta che attendere per scoprire se il Cagliari è destinato a “fare l’americano”.

