Media e comunicazioni in Italia rischiano un corto circuito epocale, definitivo. Riferire la verità sostanziale dei fatti è da anni un optional. Almeno per le testate prevalenti. Solo poche costituiscono un’eccezione. Tanto da poter essere ricordate qui una per una: FQ, Millennium, Left, Il Manifesto, Avvenire, La Notizia, Tpi, Internazionale, Limes, Domani, Wired e un pugno di altre. Ma sono testate giornalistiche così isolate che non fanno notizia. Appaiono incapaci d’intaccare un blocco di sistema propagandistico che spazia dalle tv alle multinazionali padrone dei social, dai quotidiani di carta stampata ai siti di tante agenzie, da numerose radio alla gran parte di riviste e periodici. Gli esempi potrebbero essere centinaia, forse migliaia: dai resoconti di conflitti seguiti sul doppio binario strumentale amici/nemici sino ai match personalistici come unico format virale, dai metodi da talk show per imbavagliare il dissenso ai silenzi sui problemi veri ignorati da maggioranze parlamentari dislocate su Marte.
Viviamo caos informativi preordinati. Tra decine di blogger che non disarmano mai nemmeno le parole, drappelli di commentatori sempre con elmetto e kevlar, proprietari di gruppi editoriali conniventi con governi bellicisti, intere redazioni sottoposte a ricatti. Sul web le news si mescolano ogni ora, minuto dopo minuto, con minacce di guerre ibride, improbabili rischi di assalti da parte di nemici inesistenti, immaginari piani per una difesa territoriale estesa sino a Pechino. Curiosamente, al contrario, i notiziari ignorano in genere i tradimenti di quella stessa Costituzione che garantisce libertà di parola, ma non di codardia nel lavoro, insulsaggine nella gestione dei contesti di ciascun avvenimento, mancate verifiche delle fonti. Tutto mentre nel frattempo singoli reporter freelance, tra elemosine di remunerazioni e inquadramento illecito attraverso partite Iva fasulle, sono esposti a pericoli di ogni genere, addirittura per la loro stessa incolumità fisica e sopravvivenza sociale.
Ps. A marzo compirò 70 anni e faccio il cronista da mezzo secolo. Dal 1979 sono sempre stato iscritto all’Ordine dei giornalisti e alla Federazione nazionale della stampa, il sindacato di categoria. Almeno a queste due organizzazioni – in assenza di qualsiasi presa di coscienza da parte di altre istituzioni e dell’ottima malafede della maggioranza di sedicenti leader di partito – chiederei una riflessione collettiva, un’analisi per cambiare rotta al più presto, un sussulto d’intensa passione civile. Come operatori dell’informazione e come cittadini dobbiamo evitare una catastrofe totale. Non si può, non si deve, stare a guardare. Non è più di nessuno – se non dei guerrafondai, di classi dominanti fuori controllo e di chi esercita compiti cinici eterodiretti da poteri forti – questo mondo dell’informazione irriconoscibile. Un mondo trasformato prima in marketing per vendite di notizie grandemente contraffatte e adesso in marketing per riarmo, spese militari, escalation di morte.

