Se c’era qualcosa che Tonio Biosa non sopportava è che un essere umano potesse sorseggiare il vermentino in un bicchiere di plastica. Non solo non lo sopportava, ma era anche disposto – lui che era un uomo buono come il pane – anche a lanciargli un’occhiataccia velenosa. Se e quando lo invitavano a un incontro conviviale – spuntino o cena che fosse -, se nella tavola apparecchiata comparivano quegli odiati oggetti in polipropilene, beh, lui sfoderava sempre la sua arma segreta. Da un taschino del giubbotto o della giacchetta, estraeva, come in un gioco di prestigio, un bicchiere di vetro, il suo gioiello personale. Da oggi, continuerà a esibirlo all’occorrenza da qualche altra parte, ma forse lassù non ce ne sarà bisogno perché, tra un sorso e l’altro, il mio carissimo “Biuseddu” (come mi aveva insegnato a chiamarlo Tony Addis) sarà impegnato a lungo a discutere delle amatissime espressioni della cultura dialettale della Gallura, un territorio che gli apparteneva a 360 gradi.

Se n’è andato anche lui, uno dei pilastri dell’irripetibile stagione di un giornale – La Nuova Sardegna – che sentiva “suo”, a prescindere dall’interlocutore del momento. Ha cominciato negli anni 70, e ha smesso solo quando il fisico e, forse, anche la passione si erano affievoliti. Nato orgogliosamente ad Aggius a metà marzo del 1942, ha raccontato con gusto, eleganza e ironia le vicende del suo borgo natìo (anche lui amava ripetere che “Ca’ è fessu in Agghju, è fessu puru in America“), senza mai sentirsi imprigionato in quella piccola e magnifica bomboniera, conosciuta da molti come la patria di Bastiano Tansu, il mitico “Muto di Gallura”, il protagonista di una sanguinosa faida nella prima metà dell’Ottocento. Aggius è a un tiro di schioppo da Tempio, e anche la capitale dell’Alta Gallura, era casa sua. Lo conoscevano tutti. “Ebbè, Tonio, commu semu?. E lui, laconico e imperterrito: “Beareddu”. Stava sempre bene, non si lamentava, anche quando non era al top. A lui piaceva coltivare la sua passione per la purezza del dialetto e per l’esaltazione dell’identità di un popolo – quello gallurese, appunto – nelle sue varie e non sempre omogenee declinazioni. Era socievole, spontaneo, gioioso. Faceva parte della Confraternita del Moscato di Tempio, e della Confraternita del Nebiolo di Luras e ne andava fiero.

Laurea in giurisprudenza, un breve percorso da professore di francese, ma la vocazione era un’altra. Amava scrivere, raccontare, praticare con garbo una sorta di “arte scanzonata”, un modo per affrontare temi seri con un sorriso o con espressioni lievi. Suo è il volume: “Aggius. Un antico borgo di Gallura”, pubblicato nel 2005. E poi “Bacco in Gallura. Curagghiu bibinnadori. La tradizione della vigna e del vino in Gallura”. Nel 2010, conMario Pirrighedddu, aveva inoltre pubblicato “Sua maestà re Giorgio: lu Carrasciali Timpiesu”, dedicato al Carnevale di Tempio.

Chi scrive, l’ha conosciuto e frequentato per molti anni, non solo per la singolare originalità del suo rapporto col giornale: la sua… duplice corrispondenza. Già, perché Tonio scriveva di e su Aggius, ma era anche il corrispondente, peraltro molto informato, di Santa Teresa, un’altra delle sue tante… patrie galluresi. Di “Lungoni” amava tutto. E infatti ci si recava spesso, nonostante non fossero pochi i chilometri da percorrere dall’eremo aggese, all’ingresso del paese, nel quale abitava con la moglie Nunzia e i due figli. Lo intrigavano le vicende teresine, ma non disdegnava le “trasferte” in Corsica. “A Bonifacio – raccontava – mi trovo a mio agio: non devo neanche adoperare il mio francese. Con i tanti amici, parlo gallurese e ci capiamo alla perfezione”.

Aggius, Tempio, Santa Teresa, ma anche Olbia. Ci veniva molto volentieri, in redazione. Scherzava con il maestro Gavino Sanna, chiacchierava amabilmente con tutti i colleghi, non importava quale ruolo ricoprissero nella gerarchia del giornale. Non poteva mancare, però, la tappa al centro di Olbia per salutare gli amici di gioventù, con i quali ha sempre intrattenuto rapporti eccellenti. Specialità della casa: avvocatura. Cercava subito il compianto Arrigo Filigheddu, s’intratteneva con Sergio Pinna, Roberto Stabile. Se capitava in città, anche con il professor Franco Picciaredda. Una serie interminabile di amarcord caratterizzavano il suo breve soggiorno in città, prima di rientrare a casa.

Ciao To’, ciao “Biuse’“. Era impossibile non volerti bene. Sarà impossibile dimenticarti.