L’allarme lanciato dalla FLC CGIL Olbia-Tempio nel dossier «Emergenza abitativa, emergenza scolastica», non riguarda soltanto chi si trova in difficoltà economica. Riguarda il modo in cui Olbia sta crescendo. Il dossier mette in relazione tre fenomeni: il costo degli immobili, la scarsità degli affitti annuali e le difficoltà delle scuole galluresi nel reclutare e trattenere il personale. Un insegnante – ma lo stesso si può dire per un infermiere, un lavoratore dei servizi – pur avendo un impiego stabile, non trova un’abitazione dignitosa. E cosa succede se chi tiene in piedi la città viene espulso dal mercato delle case? Succede che questa espulsione si ripercuote indirettamente sulla scuola, sulla sanità, sulle imprese e sulla vita collettiva.

Di “emergenza abitativa” a Olbia si discute da decenni. La città cresce, arrivano investimenti, il valore degli immobili sale, le attività si moltiplicano. Poi ci si accorge che le case accessibili non bastano. E a ogni turno di questa cronica “emergenza”, la città peggiora un po’ di più.

Il fattore che negli ultimi anni ha assunto un peso sempre maggiore sono gli affitti brevi. Ma non serve trasformare il turismo in un nemico, né colpevolizzare chi affitta una stanza. Il problema è strutturale: per molti proprietari, soprattutto nelle zone e nei periodi di maggiore domanda turistica, un’abitazione rendere di più come prodotto turistico che come casa disponibile tutto l’anno. Così, chi vive di uno stipendio ordinario entra in competizione con un mercato molto più ricco, e difficilmente riesce a spuntarla.

C’è poi la questione della qualità della vita. Una persona costretta per anni all’instabilità, al sovraffollamento o ai margini della città non vive solo un disagio abitativo. La precarietà dell’ambiente diventa precarietà delle relazioni e delle prospettive, innescando una selezione al contrario dei flussi di persone che si stabiliscono in città.

Le conseguenze di questa marginalità non sono solo economiche, ma incidono sul tessuto sociale. Lo dimostra la scossa provocata in città dal recente episodio di violenza in un ristorante del centro. Sarebbe assurdo e scorretto stabilire un nesso automatico tra disagio abitativo e criminalità, così come sarebbe miope considerarlo un fatto di cronaca isolato.

Le prime reazioni politiche hanno posto soprattutto l’accento sulla sicurezza, sulla presenza delle forze dell’ordine e, da parte di alcune forze, sulla certezza della pena e sulle espulsioni. Il rischio per noi cittadini è di unirsi ai cori che chiedono risposte immediate, salvo poi trovarsi a fare i conti con il rischio che risposte esclusivamente repressive aggravino esclusione, tensioni sociali, carenza di lavoratori e spostando semplicemente i problemi altrove.

L’alternativa, però, non è farsi scivolare tutto addosso. Esiste una terza via: riappropriarsi degli spazi e dei temi, discutere i problemi senza semplificarli così da poter pretendere politiche capaci di governarli.

Servono più alloggi pubblici e sociali, sostegno per chi rischia di perdere casa e strumenti che favoriscano la residenza stabile di chi contribuisce alla crescita di Olbia. Gli undici alloggi comunali in locazione con patto di futura vendita (aprile 2026) e gli interventi di edilizia abitativa previsti dal PNRR «Olbia, Ambiente e abitare al centro» sono utili. Ma non bastano a risolvere un problema strutturale.

Olbia non è una realtà chiusa: la sua indole è espansiva. Ma la tentazione di chiudere le porte, specialmente dopo gravi fatti di cronaca, finirebbe per concentrare i benefici del turismo nelle mani di pochi. Queste paure non rappresentano il desiderio autentico di una città che riconosce negli scambi economici e culturali un’opportunità. Olbia può restare aperta, senza rinunciare alla sicurezza, alla giustizia sociale e a istituzioni responsabili.