Dalla fine dell’Ottocento il territorio di Olbia è stato interessato da progetti finalizzati alla bonifica delle paludi e degli acquitrini che l’assediavano da secoli, dove regnava sovrana la zanzara anofele che troppe vittime mieteva ad ogni stagione estiva, con la diffusione della “intemperie”, come veniva chiamata allora la temutissima e mortale malaria. Le paludi invadevano centinaia di ettari di terra che si sarebbero potute sfruttare per l’agricoltura, la pastorizia o l’orticoltura e invece erano apportatrici di febbri malariche causa la diffusione della zanzara anofele.
Olbia era circondata, assediata dalle paludi, la loro estensione era enorme: iniziavano nell’ansa nord del golfo, l’odierno Porto Romano, e si estendevano fino all’estremo ovest della città interessando l’odierno parco Fausto Noce, Salineddas, Isticcadeddu, Gialdinos, da qui volgevano a sud-est passando per Tannaule, Amoras, Paule ‘e Rondine, Maria Rocca, Su Pabiru, Paule Longa, per finire nei bassi fondali adiacenti S’isula ‘e su Leppere. Tutta questa grande estensione di terra era interessata o invasa da acque stagnanti o rivoli di acqua che procedevano verso il mare molto lentamente, dando origine a pozze maleodoranti e malsane.
Già Cicerone in una lettera indirizzata al fratello Quinto, legato di Pompeo e incaricato dell’annona per gli anni 57-53 a.C., che per svolgere l’incarico si trovava a Olbia, lo invitava a riguardarsi dall’aria malsana di Olbia e dai suoi puzzolenti miasmi. Ne aveva ben donde Cicerone di mettere sul chi vive il fratello, erano troppi i soldati e i funzionari romani che transitavano per Olbia e che, una volta rientrati nella Città Eterna, venivano assaliti da febbri malariche che nel giro di pochi giorni li spediva al creatore. Questa la dice lunga di quanto fosse malsana Olbia e la grande pianura che la circondava.
Con una legge approvata nel 1897 dal Parlamento italiano, che disciplinava il risanamento di alcune paludi nel territorio del continente, nella stessa legge furono comprese anche le paludi della piana di “Terranova” oggi Olbia. Portato a termine l’iter parlamentare della legge, bandite le gare e iniziati i lavori, la grande impresa ebbe inizio nel 1902. I lavori di risanamento iniziarono alacremente con lo sterro, il ripieno e la canalizzazione delle paludi Salinedde e san Simplicio, le più prossime all’abitato. Grazie al recupero di quelle paludi oggi possiamo godere di un magnifico parco alberato dove in passato, negli anni Venti, fu attivato un campo di aviazione per atterraggi di fortuna intestato a Fausto Noce, giovane pilota perito in un incidente aereo nei pressi di Varese durante il collaudo di un nuovo motore FIAT.
Dove prima erano acquitrini e paludi furono costruiti due canali, il Zozò e il San Nicola, per facilitare il defluire delle acque che scendevano dalle alture circostanti. I lavori continuarono per diversi anni. A sud-est della città fecero sfociare il più grande di questi canali: il Pedru Colvu o rio de Sa Fossa, che passa sotto la strada statale per Monti e attraversa anche la linea ferroviaria Olbia-Cagliari. A pochi metri dalla sua foce ha un affluente il rio Ziziglia, anche questo passa sotto la strada statale per Monti e attraversa la ferrovia, viene giù dalle tanche di Gialdinos. Prima del risanamento delle paludi, l’ansa sud era transitabile grazie alla costruzione di una strada costruita tutta in rilevato che permetteva di raggiungere la sponda di Su Tappaiu (quartiere Sacra Famiglia) attraversando le paludi. Alla fine della strada c’era un ponte che permetteva lo scorrere delle acque verso il mare. Oggi si possono ammirare le spallette di quel ponte che si trovano all’interno del cantiere Moro. Dragata l’ansa e resala navigabile alle piccole imbarcazioni dei pescatori, una nuova strada fu costruita, anche questa in rilevato, fino a Poltu Cuadu: la via Roma. Via Roma nasceva precisamente in Sa Rughe, all’incrocio con via Torino, da li partiva in leggero rilevato per poter superare gli acquitrini e preservarla da eventuali inondazioni.
Nell’ansa sud si getta il canale Pedru Colvu, passando sotto Su ponte ‘e su ferru, il ponte di via Roma che oggi non esiste più. Il ponte era nei pressi della odierna rotatoria costruita sulla vecchia curva della strada statale detta “di Ciprianu”. Costruito in grossi profilati di ferro ad angolo e vista la tecnica di costruzione, credo che sia stato assemblato sul posto. Era stato costruito nel 1903 con la tecnica che andava per la maggiore allora: la chiodatura a caldo. Fu una costruzione che non dette mai problemi, di nessun genere, se si esclude quando, essendo accresciuto il traffico di automezzi pesanti, per i pedoni era pericoloso transitarvi. Fu allora che fu presa la decisione di munire il ponte di due passerelle laterali, destinate al transito dei pedoni, affinchè non fossero costretti a passare sul ponte nella ormai pericolosa sede stradale destinata alla circolazione dei numerosi autocarri. In entrambe le testate di ingresso il ponte aveva delle spallette, una per lato, costruite in granito e l’estate, per noi ragazzi de sos domos popolares, era il punto di ritrovo per giocare, ridere e scherzare.
Ricordo quando, in estate, seduti sulle spallette per godere di un po’ di fresco, passava “la freccia” proveniente da Nuoro. Era chiamata “la freccia” il pullman che veniva da Nuoro che passava verso le 21, portava i passeggeri all’Isola Bianca, diretti in continente con la nave Olbia – Civitavecchia. A noi meravigliava che appresso al “postale” ci fosse sempre una camionetta della polizia carica di militari armati fino ai denti. In passato si erano verificate alcune grassazioni e il ministero dell’interno aveva deciso di dare una scorta armata al bus.
Salude e trigu.

