Questo il testo della lettera di Claudio Miorelli, storico dirigente di numerose società che facevano capo all’Aga Khan, indirizzata al presidente del Consorzio Costa Smeralda

Alla cortese attenzione del Presidente Avv. Renzo Persico

Signor Presidente, augurandomi che anche quest’anno il Premio Costa Smeralda abbia il successo che merita (io purtroppo non potrò partecipare arrivando in Costa dopo l’evento), ne approfitto per chiederle notizie in merito alla questione del marchio. Noto che, malgrado le assicurazioni datemi personalmente dal Vicepresidente, lo storico logo del Consorzio è stato modificato. A parte ogni considerazione soggettiva e/o di merito, avete programmato la sostituzione di tutte le rocce con il logotipo in carattere “vendome” e il simbolo originale? Si tratterebbe di una decisione coerente con la scelta, per me inopportuna e sbagliata (anche in termini di costi!), di aggiornare l’immagine grafica della Costa Smeralda.Proprio in questi giorni (a mia insaputa) ho notato che la questione è stata oggetto di attenzione dalla stampa locale (vedi articolo qui riportato) che forse meriterebbe una presa di posizione da parte del Consorzio. Peraltro, anch’io mi aspettavo e aspetto un riscontro cosa che mi auguro lei possa fare o dare opportune disposizioni affinché una risposta al “consorziato” sia (seppur con notevole ritardo) inviata.

Claudio Miorelli

Ed ecco l’articolo pubblicato da moroseduto.net di Augusto Ditel

Che succede alla Costa Smeralda? Se (e me) lo chiedeva un paio di giorni fa un conoscente che – a distanza di quarant’anni, sui sessanta di esistenza – si sente ancora “fortemente attratto, anche se prima ne ero perdutamente innamorato” da questo lembo della Sardegna nord orientale conosciuto nell’universo mondo grazie al principe Karim Aga Khan, che non si dovrebbe mai finire di ringraziare per la sagace intuizione. La domanda è stata rivolta non tanto perché il sottoscritto sia un esperto o un cultore della materia (ce ne sono già tanti, in giro), ma solamente perché me ne sono occupato per alcuni decenni (se qualcuno ne dubita, le collezioni dei giornali sono a disposizione). Confesso di non saper rispondere in poche battute.Di primo acchito, direi che – fermo restando che la perfezione non esiste e che chi lavora, è soggetto anche a sbagliare – qualcosa scricchiola nella narrazione e nella comunicazione di quel che s’intende per Costa Smeralda.

IL LOGO E LA FIRMA. Il primo “incidente” è la modifica del logo storico: appena fu cambiato dall’attuale management, ci fu una sollevazione non solo da parte dei “puristi” (è ancora ignoto il motivo che ha portato alla modifica), ma di tutti coloro che avevano (e hanno) a cuore tutto ciò che è frutto di una scelta del principe ismailita. Il portavoce di questo dissenso è stato un consorziato “speciale”: Claudio Miorelli, un manager di provate capacità, esperto di turismo e trasporti, profeta del marketing territoriale, non a caso uno dei principali collaboratori di Karim. Si deve allo stesso Miorelli, poi, la clamorosa scoperta della firma (falsa) dell’Aga Khan, apposta su un documento ufficiale diffuso dal Consorzio della Costa Smeralda. I cui vertici – a cominciare dal vice presidente Mario Ferraro, numero 1 della Smeralda Holding, cioè della proprietà (il Qatar) di quei 2300 ettari di territorio – non hanno risposto alle sollecitazioni (compreso un messaggio whatsapp) del tenacissimo Miorelli, gratificato da una marea di consensi ricevuti sui social. Il silenzio è d’oro, si diceva, ma forse in questo caso non è giustificato. Tace Ferraro, ma tacciono anche il presidente Renzo Persico, Franco Mulas del cda, e il direttore Massimo Marcialis.

I CONFINI. Un’altra questione irrisolta in numerosi decenni è quella che riguarda il territorio della Costa Smeralda. Molto spesso, anche la stampa e i network nazionali e internazionali, considerano erroneamente tutto ciò che NON fa parte del paradiso perduto di Karim Aga Khan. Un esempio su tutti è Porto Rotondo. Quante volte ci è capitato di leggere che la località creata dai fratelli Luigino e Nicolò Donà dalle Rose, NON è Costa Smeralda. Con gli esempi si potrebbe continuare, come ben sanno i vertici della Costa Smeralda che, per anni (Miorelli, già capo delle relazioni esterne, compreso), hanno condotto delle “battaglie” per precisare che troppi utilizzavano abusivamente il nome Costa Smeralda. Anche oggi si sbaglia, in buona o in malafede non si sa.

IL CASO MARTA MARZOTTO. Però non è passato inosservato un articolo apparso sul sito ufficiale del Consorzio, nel quale si commette lo stesso errore. Nell’intervista a Diamante. la quarta figlia di Marta Marzotto, si fa riferimento al particolare amore della contessa nei confronti della Sardegna. Ma il titolo “Marta Marzotto, il legame con la Costa Smeralda” non pare corretto proprio per la ragione che si diceva poc’anzi. La nobildonna già moglie di Umberto Marzotto (che fece costruire a Olbia il Jolly hotel, oggi hotel President) è sempre stata la regina di Porto Rotondo, delle feste mondane, nella casa con gli affreschi di Renato Guttuso, dato anche il suo legame con i fratelli veneziani, promoter storici della località in comune di Olbia.

Non entriamo nel merito, infine, di ciò che ha sostenuto tempo fa la scrittrice Bianca Pitzorno, non proprio prodiga di complimenti nei confronti dell’Eden inventato dall’Aga Khan. In questo caso, si tratta di opinioni, come quelle espresse molti anni fa in un saggio da Bachisio Bandinu, il numero 1 degli intellettuali sardi. Un fortunato slogan di un settimanale raccomandava di tenere separati “i fatti dalle opinioni”.