La Festa di San Simplicio, patrono di Olbia e di tutta la Gallura entra nel vivo. Dopo il raduno delle bandiere e la benedizione delle medaglie, e la visita a casa del presidente del comitato Giovanni Varrucciu, ieri notte è stata la volta dei fuochi d’artificio – uno spettacolo sempre atteso e partecipato da migliaia di persone con lo sguardo all’insù. Da stasera, anzi dal pomeriggio, è previsto il pienone nei pressi del Parco Fausto Noce per gustare l’immancabile panino con salsiccia e cipolla, oppure il panino “a polpi”, i cibi più richiesti nelle tantissime bancarelle allestite nei giorni scorsi. Non mancano altre varianti gastronomiche – un antipasto… è previsto nel pomeriggio con la tradizionale sagra delle cozze – da gustare durante il tradizionale concerto che stasera vedrà come protagonista Raf.

Per celebrare a modo nostro, queste giornate di festa, ma anche di eventi strerettamente religiosi (partecipatissima, come sempre, sarà la processione prevista per il giorno 15 maggio), abbiamo chiesto a un esperto di storia della città quale fosse il motivo per cui l’attuale quartiere di San Simplicio una volta venisse chiamato Iovoddhe (e siamo sicuri che moltissimi olbiesi non erano e non sono a conoscenza dell’esistenza di questo singolare nomignolo). Anche questo – lasciatecelo dire – è un modo per onorare il Santo (a.di.)

Di tutti i nomi o i toponimi che distinguono i quartieri in cui si divide la città di Olbia, Iovoddhe è il nome il più estraneo alla tradizionale parlata olbiese, una parola senza senso, senza significato: una cacofonia. Gli altri quartieri più o meno hanno nomi di senso compiuto: Bandinu, (il proprietario dei terreni urbanizzati); Sacra Famiglia, (per la chiesa del quartiere); Sant’Antoni, (per l’edicola del santo). Iovoddhe no: è oscura l’origine, l’etimologia e lo stesso significato rimane una parola senza senso.

Il “nomignolo”, poco usato, appiccicato ad un quartiere che aveva già il glorioso nome di Santu Semprjie, credo che sia usato con un velo di acredine, un po’ come succedeva nel dopoguerra per il quartiere de Sa Rughe, che da alcuni era apostrofato Shangai, oggi non più perché si è riscattato dalla povertà e confusione in cui vivevano in quel periodo i residenti.
Il termine Iovoddhe non è molto diffuso tra gli olbiesi, se devono indicare il quartiere lo indicano con il suo vero nome: Santu Semprjie. Invece è usato in loco da qualche residente, inconsapevole che il termine è usato per sminuire il quartiere e i
suoi abitanti.
Già in passato il termine era poco diffuso tra i residenti, oggi lo è ancora meno, se si dovesse chiedere alle nuove generazioni se conoscono il nomignolo, risponderebbero sicuramente no. Molto tempo fa lo sentivamo sulla bocca dei giovani tifosi avversari della San Simplicio calcio, presidente Vincenzo Varrucciu, che in quel tempo seguivano le squadre nei tornei giovanili organizzati dalla Figc. Le tifoserie da una parte, come dall’altra, si prendevano in giro, incitavano la squadra del cuore e agli avversari in campo, dalla tribuna come dal prato, erano riservati cori a carattere offensivo urlati a squarciagola, all’indirizzo di una squadra o dell’altra, ma alla San Simplicio era diretto il coro denigratorio: Iovoddhe, Iovoddhe, buuuuu! Perché e da che cosa nasca questo “nomignolo” non è facile saperlo. Una risposta chiara ed esaustiva non ce l’ha data neppure qualche residente anziano che abbiamo sentito. A ben guardare la parola Iovoddhe non ha senso, non ha contenuto, l’ignoto autore che l’ha composta la voleva proprio così: insignificante, possibilmente offensiva. Quando e chi abbia coniato questo termine è un mistero. Iovoddhe in apparenza è un non luogo. La gente qualche volta lo usa con acrimonia nella disputa oratoria per tacitare l’interlocutore o per sminuirlo: tue ista zittu chi ses de Iovoddhe! La parola evoca luoghi poco gradevoli. Non è un termine storico: non è legato ad un episodio; una persona; un personaggio; un avvenimento del passato, coniato perchè se ne conservasse il ricordo, come invece è per altri quartieri, come Mogadiscio, per esempio, luogo dove vi è morto un asino di tale nome e lì sepolto; Sa Rughe, per la grande croce posta alla fine di via Regina Elena al bivio per via Roma; S’ispidale per l’ospedale costruito negli anni Cinquanta poi diventato quartiere viale Aldo Moro.

Oggi la gente il nomignolo Iovoddhe lo usa sempre meno, per indicare il quartiere usa il suo giusto termine: San Simplicio, sicuramente più grazioso e anche più armonioso.
Buon San Simplicio a tutti. Salude e trigu.