Tre mesi al Faro. Sì, proprio dentro l’edificio bianco (almeno una volta lo era) che poi, negli anni è diventato uno dei simboli di Olbia, insieme all’isola di Tavolara. A chi scrive, è capitato davvero (ma parliamo davvero della…preistoria) di soggiornare per tre mesi all’interno di quell’immobile infinito, a tre piani, con le stanze enormi e arredate in modo spartano, con una cucina molto simile a quella di un ristorante (non stellato), e una veranda splendida, mozzafiato, a pochi centimetri dal mare. Quando “zio” Amleto Retali, il capo fanalista elbano trasferito improvvisamente a Olbia da Vada (provincia di Livorno), arrivò a casa nostra per salutare un suo lontano parente (mio padre), tutto potevamo immaginare ma non la proposta (per niente oscena) di trasferirci tutti in quella specie di alberghetto chiamato Isola Bocca. Sì, proprio in quell’eremo, costruito per segnalare l’ingresso (e l’uscita) nel porto di Olbia, nel quale in quel tempo attraccava una sola nave Tirrenia che copriva il collegamento con Civitavecchia. Zio Amleto era sposato con zia Caterina e formavano la coppia perfetta: erano gli antesignani in salsa elbana di Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, legatissimi tra di loro, ma anche bonariamente litigarelli. Avevano due figli maschi: il compianto Giuliano, che poi prestò servizio, da ufficiale, nella Capitaneria di Porto di Olbia, e Guido che vive tuttora a Marina di Campo (isola d’Elba) con la sua famiglia e forse manca dalla Sardegna da almeno mezzo secolo, dopo aver frequentato a Olbia le scuole medie. Anche noi eravamo quattro: i miei genitori, mio fratello minore e il sottoscritto. Anzi, noi eravamo sei. Sì, perché a casa nostra, per sedici anni, hanno vissuto con noi una cugina di mia madre (Maria) e il marito Giovanneddu (che io chiamavo affettuosamente Ninni): in pratica, due genitori supplementari come li abbiamo sempre considerati fino al giorno in cui sono passati a miglior vita. E pensare che la cugina di mia madre, non potendo chiedere aiuto ai genitori perché non avevano condiviso la scelta di sposare Ninni e dunque avevano interrotto i rapporti con la figlia, le chiese la cortesia di poter essere ospitata a casa nostra per “una settimana, due al massimo, giusto il tempo di trovare un’altra sistemazione”. Ecco, quelle “due settimane al massimo”, diventarono sedici anni. Indimenticabili. Si mangiava in sei. Si cenava in sei. Si andava al mare in sei. Si rideva in sei. Si parlavano due dialetti: la versione olbiese del logudorese e il gallurese. Si abitava in una casa enorme, con una sala da pranzo di almeno 50 metri quadrati, fredda come un igloo. E in sei, ci trasferimmo al Faro. Anche in quel caso, la nostra originale vacanza estiva doveva limitarsi a “sette-dieci giorni al massimo”. Ci rimanemmo tre mesi. Indimenticabili pure quelli. Di mattina, appena svegli, dopo una ricca colazione, andavamo a prendere polpi: bastava uno straccio bianco ed ecco fatto: in novanta giorni, credo che non ne sia passato uno senza gustare una congrua quantità di quel mollusco. I calamari, poi. Zio Amleto era bravissimo nel pescarli, insieme con qualche seppia. Non gli mancava il tempo, del resto. Lo vedevamo salire a bordo del suo chiattino, vogare energicamente, arrivare nei punti prestabiliti, armare le totanare e via: dopo un paio d’ore era a casa con il bottino. Noi eravamo troppo piccini per poterci avventurare in mare con lui, ma ci accontentavamo di raccogliere patelle (enormi), o quelli che a Olbia si chiamavano biscacchi (lumachine di mare), o le zocculitte, una specie di ostriche che nascevano spontaneamente negli scogli che circondano tuttora il Faro.
Per lunghi periodi, la famiglia – già di per sé numerosa (noi sei più quattro: dieci in totale)- aumentava di almeno quattro unità. Venivano al Faro anche i miei zii Paolino ed Enrica, con i figli Laura e Antonino. Anche per loro, valeva la stessa regola a proposito di collegamenti marittimi. Arrivavano nella spiaggetta di fronte al fanale (quella in cui fu costruito l’hotel Caprile, oggi un rudere), zio Amleto li andava a prendere con il chiattino e, dopo un’energica vogata, in pochi minuti approdavano nel minuscolo porticciolo, distante pochissimi metri dalla scalinata che portava all’enorme portone d’ingresso. In quattordici, la festa era sempre più piacevole. Anzi, era festa tutti i giorni. Il passaggio delle navi – emozionante e anche un po’ inquietante i primi giorni – era ormai diventato un fatto acquisito: non ce ne accorgevamo neanche, salvo nei casi in cui qualcuno – dalla stessa nave – ci rivolgeva un cenno di saluto (al quale ovviamente rispondevamo con calore), magari alimentato dalla curiosità di sapere cosa ci facessero quei bimbi, o comunque quelle persone in un luogo magico come il Faro.
Oggi, tutto questo non sarebbe possibile. L’intera zona è inaccessibile in quanto zona militare. Al Faro non ci abita più nessuno. La luce si accende autonomamente, e non c’è bisogno di compiere quell’operazione che faceva zio Amleto ogni giorno, con la mia assistenza obbligatoria: il pieno di carburo, un composto del carbonio con altri metalli, che serviva ad alimentare la maxi lampada che, appunto segnalava visivamente l’ingresso al porto di Olbia. Oggi, il carburo non c’è più (molti ne ignorano l’esistenza). Sono rimasti solo i polpi. E le ostriche spontanee. Anzi, le amatissime “zocculitte”.

