John Day è stato un validissimo storico americano. Nato nell’Illinois nel 1924, lasciò questa valle di lacrime nel 2003. Durante la sua feconda carriera – che lo ha portato ad insegnare a Parigi, Israele, Stati Uniti e Sardegna – ha avuto modo di dedicarsi anche al censimento dei paesini sardi abbandonati durante l’età di mezzo. Nelle sue fatiche storiche non mancava mai il personale giudizio politico ed economico sulle vicende e vicissitudini dei vari popoli, e riguardo la nostra isola egli ebbe a dire: “la Sardegna è una delle più vecchie dipendenze coloniali del mondo. Un laboratorio costante di storia coloniale”. Un giudizio netto, perentorio, che stronca e mette con le spalle al muro i sardi, incapaci di pensare ad un avvenire di autodeterminazione, di non dipendenza da colonizzatori esterni. Altro che balentia, bensì l’idea folle e fatalista che il Messia per l’isola debba inevitabilmente venire da fuori. L’uomo illuminato – alto, bello, forte, gentile, onesto, capace – che giunge in Sardegna e ci rende finalmente felici e appagati.

Eppure basterebbe studiare la storia per capire che questa è una pazza ed eterna illusione. Chiunque sia venuto in Sardegna ad imporre la propria visione del mondo, non ha mai fatto altro che prendere e portare via. Lasciando i sardi ad accapigliarsi per la povertà lasciata. A brigare per le briciole. L’assalto della speculazione energetica, di stretta attualità, è l’ultimo episodio di tale saga secolare. Che costringe i sardi a fare paradossalmente ciò che appunto non hanno voglia di fare: arrangiarsi da sé. E quindi, necessariamente, a mala gana, in Sardegna si sono sviluppate forme di gestione della collettività peculiari e autonome, appunto per ovviare alle mancanze dei governanti d’oltremare. Regole spesso non scritte ma applicate sistematicamente al fine di garantire certi equilibri sociali che ai prenditori forestieri non interessavano per nulla. O meglio, se ne occupavano solo se di intralcio, se rendevano difficoltoso il loro controllo coloniale.

Sta di fatto che il sardo ha dovuto regolamentare in qualche modo le mille fasi – alcune assai complesse per caratteristiche antropologiche – dei rapporti umani in questa piccola impronta di piede dispersa nel Mediterraneo occidentale. La Carta de logu, certo, primo embrione di costituzione in Europa. Ma anche il codice barbaricino. Ed ancora: sos ómines de mesu, sos mandadarzos, sos istimadores, ossia quelli che l’incapace giustizia istituzionale chiamava beffardamente probi uomini. Fino ad arrivare a sos barrantzellos, vera e propria arma di polizia di campagna. E poi le secolari consuetudini: su connotu. Ciò che si tramandava di padre in figlio, e che stabiliva secondo canoni autonomi, la moralità, l’etica, il quieto vivere, i comportamenti da adottare quando ci si trovava di fronte a situazioni estreme. Si pensi alle delicate procedure di pace per sas disamistades: non sempre era determinante la voce grossa dell’istituzione giudiziaria. Più spesso aveva maggior incidenza la paziente opera diplomatica sottotraccia delle persone più influenti all’interno di quel microcosmo. Le istituzioni facevano passerella solo a risultato raggiunto. Ma da altri, non da loro.

In mezzo a questa situazione di giustizia dal basso – al contrario di chi, appunto per instillarci mentalità autocoloniale, descrive quella realtà quasi come un far west – si era imposta una curiosa consuetudine nella Gallura dei secoli scorsi. Quella dell’ammettì. Di cosa di tratta? Lo facciamo dire direttamente da un gallurese nato e vissuto più di due secoli fa. Partendo però dal principio, ossia rammentando un episodio di cronaca nera successo a Terranova, nell’anno 1829: il due di aprile, in località Sbrangadu trovasi malefiziato a palla Matteo Pasella, detto Fulcaja. Il suo omicidio si compie verso le sei del mattino nella strada che porta da Sbrangadu – luogo già noto per i frequenti episodi criminali – al Limbara, dove un nipote della vittima teneva le sue capre. É la vedova di Pasella, vale a dire Maria Calcina Spensatellu, che indica agli inquirenti il possibile uccisore, a suo pensare il pastore Antonio Buchimutzu Dibiddi, che dal giorno dell’omicidio si rende immediatamente irreperibile. Oltre lui, la voce pubblica reputa reo del delitto Giovanni Licieri Ambrojinu, seppur quest’ultimo non si diede alla latitanza.

Le indagini della giustizia ordinaria si fermano qui, per riprendere solo nel febbraio 1841, precisamente il 18 febbraio, giorno che vede la deposizione presso la Curia di Terranova di alcuni pastori dei dintorni. Tra di essi vi è Francesco Piccinnu Nieddu, dimorante a Su campu, non lontano dal luogo del delitto. Egli appunto afferma: “sta tra noi pastori il costume, che succedendo un omicidio, i parenti dell’interfatto, mandano a chiedere delle giustificazioni, volgarmente dette “ammettì”, da quelle persona sopra quali possa cadere il sospetto. Fu perciò in quel tempo incombenzato il fu mio suocero Ignazio Melca – come egli mi disse – dai parenti dell’interfatto Pasella – i quali egli però non mi nominò, né io so quali fossero – di andare cioè a chiedere le giustificazioni suddette dall’Antonio Buchimuzzu e Giovanni Licieri Ambrojinu sumenzionati, e non potendoci andare il prefatto mio suocero Melca, costui ne incombenzò a me. Andai a parlare il Buchimuzzu da solo a solo, e mi rispose in termini secchi, che egli non ne sapeva nulla, e non avendomi dato altra soddisfazione, io me ne andai poi a trovare il Giovanni Licieri Ambrojinu, che pure parlai da solo a solo: esposta a questo la mia ambasciata, egli non seppe dirmi altro, in tono molto serio, che se mai io andassi a parlare ad Antonio Buchimuzzu rapporto all’omicidio del Pasella, mi avessi preso ben guardia di dire io agli altri quel chè il Buchimuzzu fosse per rispondermi, riguardo al mio personale. Compresi da ciò che Licieri era il correo di quell’omicidio”.

Il Piccinnu Nieddu – esponente, come il Pasella e il Licieri Ambrojinu, dell’emigrazione di pastori tempiesi e calangianesi verso le fertili campagne alle porte di Olbia, dove imposero la loro parlata sardo-corsa sul preesistente sardo di Terranova – dimostrò dunque con poche ma ben dettagliate frasi questa curiosa consuetudine di indagine “fai da te” dei pastori sardi del XIX secolo, che probabilmente risale a molto tempo prima. Un’istigazione all’ammettere la propria responsabilità dunque, che non viene promossa da un giudice effettivo, bensì direttamente dai parenti più anziani e autorevoli della vittima di un agguato, verso coloro che vengono sospettati di ciò dalla comunità. Un bel modo di autodeterminare la gestione della giustizia nella Gallura turbolenta dell’ottocento. Turbolenze sì, e non poche in quel periodo, ma non certo il far west. Il concetto di giustizia e i conseguenti meccanismi di autotutela del vivere secondo giustizia esistevano anche in quel periodo. Ed erano spesso più efficaci delle istituzioni giudiziarie che – nel caso specifico, lampante e sintomatico quanto basta – solo dopo dodici anni dal delitto fanno ciò che logica richiedeva da subito, ossia interrogare le persone potenzialmente informate sui fatti.