Che la sanità sarda stia vivendo il momento più buio nella storia dell’autonomia della Sardegna, sembra ormai un fatto assodato. Non è un’opinione. È un fatto.
La salute non ha un colore politico, riguarda tutti. E non c’è sardo – a tutte le latitudini – che non abbia toccato di recente, o non tocchi con mano ogni giorno, lo stato di inefficienza (qualcuno l’ha paragonata a una barbarie) di un sistema che drena risorse multimilionarie ai cittadini che pagano le tasse, a fronte di un’erogazione di servizi (garantiti dalla Costituzione, articolo 32, a livello individuduale e collettivo) che definire pessima, per non dire disastrosa, è un eufemismo. I pronto soccorso scoppiano, i medici mancano un po’ dappertutto, le liste d’attesa per gli esami specialistici legati a patologie gravi sono infinite, l’indice di gradimento dei pazienti nei confronti di coloro che, nelle strutture pubbliche, dovrebbero garantire loro il diritto alla salute è di poco superiore allo 0. Di più. Il numero di sardi che si arrende e rinuncia a curarsi cresce spaventosamente di giorno in giorno, senza che nessuno muova un dito per invertire la tendenza.
Ebbene, apprendere che una delle Asl della Sardegna, la numero 2, quella della Gallura a fine giugno abbia provveduto a riconoscere ai suoi massimi dirigenti (il direttore generale Marcello Acciaro, il direttore sanitario Raffaele De Fazio e il direttore amministrativo Michele Baffigo) un “bonus” pari al 20 per cento della loro retribuzione (ma per ora incasseranno “solo” il 70 per cento della somma, mentre il rimanente 30 per cento sarà accreditato sul loro conto corrente dopo la valutazione complessiva dei risultati ottenuti) non è solo inopportuno, ma rasenta uno scandalo al quale la politica – se vuole essere credibile – deve porre rimedio. E anche in fretta. Sarà interessante, in proposito, osservare cosa faranno subito i componenti della Conferenza socio sanitaria della Gallura che proprio ieri hanno nominato come nuovo presidente il sindaco di Tempio Gianni Addis, anche lui decisamente critico nei confronti dei vertici dell’Asl.
Nel provvedimento varato alla fine dello scorso mese dallo stesso direttore generale (numero 551 del 28 giugno 2024, su proposta numero 585 della – guarda caso – direzione generale), si badi bene, non c’è nulla di illegittimo: quel premio (!) è previsto dalle norme. La lunga sequela di “preso atto” e di “visto l’articolo…” e di “considerato che…” spiega che esiste una “delibera di risultato” legata ai risultati ottenuti, come risulta, per esempio, dal contratto di assunzione di cinque anni, con decorrenza 1 gennaio 2022, di Marcello Acciaro.
Un paio di giorni fa il capogruppo regionale del Pd Roberto Deriu ha chiesto senza esitazioni le dimissioni dei vertici delle Asl isolane. Non solo e non tanto per la palese incapacità di molti dei suoi manager di gestire le strutture di pertinenza, ma anche per favorire una vera, radicale riforma che sia in grado di rivoltare come un calzino l’attuale situazione sanitaria di una regione come la nostra che arranca anche su altri fronti, a partire dal diritto alla mobilità dei cittadini (questa storia della mancata apertura delle buste per la continuità territoriale somiglia molto a una barzelletta) o allo stato in cui versano le infrastrutture. Sono in molti a pensarla come Deriu.
La rivoluzione non si fa in un giorno: la nomina di Giuseppe Pintor, che arriva dal prestigioso Gaslini di Genova dove fino a un paio di giorni fa faceva il direttore amministrativo, a capo dell’Ares (una struttura che interviene su tutte le Asl territoriali) è un piccolo passo di avvicinamento verso un percorso di riforma strutturale del sistema, ma siamo ancora lontani da quell’accelerazione di processi di cui la Sardegna è vittima. Il tempo passa inesorabilmente, a dispetto di una esasperante lentezza dei processi politici che rendono la sanità ancora più malata di quello che è.

