Sta suscitando molto interesse – al di là di ogni previsione – l’argomento legato al calcio giovanile nel territorio di Olbia e dintorni. L’ultima presa di posizione è quella della “Bruno Selleri”, una società che esiste da 15 anni e il cui motto, tanto caro al suo… inventore che appunto era l’ex bandiera e l’ex presidente dell’Olbia calcio, è: Se per noi è dura, per gli altri è drammatica. Un modo intelligente e ironico per spronare chi vuole cimentarsi nel complicato mondo di chi dà calci a un pallone. È bene che il dibattito – anche a costo di qualche polemica – si allarghi, tenendo conto che quello degli impianti sportivi (della loro carenza in termini numerici) è un tema del quale non si discute abbastanza e un po’ tutti noi dobbiamo recitare un sano mea culpa per non averlo trattato a dovere e per non aver stimolato abbastanza chi avrebbe dovuto e tuttora dovrebbe colmare questo gap, soprattutto se si pensa ai giovani e alla loro fondamentale esigenza di svolgere una qualsiasi attività fisica.
Quello di allenare (e allevare) ragazzi che un domani potrebbero calcare campi importanti non è un mestiere facile: spesso, avere a che fare con genitori che pretendono di far giocare per forza i loro pargoli anche se questi non toccano la palla come Maradona, è complicato soprattutto se c’è di mezzo una questione economica. “Io pago e pretendo che mio figlio giochi”. Quante volte abbiamo sentito questa frase proprio dagli istruttori, molti dei quali hanno sicuramente le carte in regola per insegnare i fondamentali, ma non tutti si trovano in queste condizioni. Con questo non vogliamo dire che si stava meglio quando gli scopritori di talenti si chiamavano “il maestro Piero Spano“, oppure Silverio Balzano, o Pippo Serreri, Renato Caocci, tanto per fare dei nomi. In particolare, si narra che Spano, se si accorgeva che uno dei suoi allievi non aveva le doti per diventare calciatore, a costo di rendersi antipatico, diceva a muso duro: “Bello mì, non sei portato. Magari prova col ciclismo, la pallacanestro o la pallavolo”. La selezione in ogni caso era severa, e quasi sempre il ragazzo promettente veniva dai “campetti”. L’attuale parco “Fausto Noce” un tempo si chiamava “Campo Boario” e in quegli ettari si sono fatti le ossa generazioni di calciatori, molti dei quali sono approdati in categorie importanti.
La lunga premessa ci è servita per soffermarci sulla foto che pubblichiamo a corredo di queste riflessioni. Si tratta di uno scatto di molti, ma molti anni fa, nella popolarissima spiaggia di Pittulongu: undici olbiesi (quasi tutti sono arrivati in alto: serie A e serie B) si sono ritrovati d’estate per una partitella in allegria e soprattutto per stare in compagnia, con tanto di spuntino finale, nel nome del Dio pallone. Per chi avesse difficoltà a riconoscere i componenti della squadra (sei sono ancora in vita), eccoli, partendo in alto da sinistra: Marcello Diomedi, Gustavo Giagnoni, Pinuccio Petta, Vittorio Petta, Renato Caocci; accosciati, da sinistra: Battista Derosas, Michele Moro, Tore Leggieri, Gianni Podda, Francesco Sotgiu e Sergio Bagatti. Tutti loro avevano frequentato solo una scuola: quella dei campetti.

