Devo rimediare a una mancanza. E lo faccio oggi, senza ancorare il ricordo di una cara persona ad alcuna ricorrenza, solo per il piacere di rendergli omaggio e di regalargli un altro sorriso. Già, Sergio Da Tome era il profeta del sorriso (io, il suo cognome, l’ho sempre scritto staccato, da quando – entrambi pischelletti – frequentavo la stessa scuola di Guido, suo fratello maggiore, grande avvocato). Lo dispensava, quel sorriso, a molti, anche a chi non lo meritava. E spesso lo accompagnava con una mezza risatina che, a seconda dei casi, serviva a ringraziare o a schernire con leggerezza l’interlocutore di turno. Mi piace ricordarlo così, e mi piace farlo oggi non solo perché non ho potuto salutarlo per l’ultima volta (assenza giustificata) ma perché l’altra notte mi è comparso in sogno, gaio e rassicurante nel suo approccio (Oè Agustare‘) pure nella versione e visione onirica.
Non ci vedevamo spesso, ma quando capitava, la memoria correva veloce verso la metà degli anni 70. Noi, piccola colonia olbiese, ci incontravamo a Roma, dove avevamo deciso di studiare, dopo il liceo. Lui faceva ingegneria, e ai nostri rendez vous non mancava mai Antonello Piccinnu e di altri amici, per misurare anche nella Capitale quel tasso di olbiesità che ci ha sempre unito. Cazzeggio, risate a crepapelle, battute, sfottò: c’era di tutto un po’ in quelle che oggi verrebbero definite reunion. Alla fine della fiera, tutti a tavola, sempre in trattoria, tra una carbonara, una cacio e pepe e un’amatriciana l’altra. Poi, per ragioni diverse, siamo tornati a Olbia. Lui doveva prepararsi a diventare un protagonista dell’accoglienza di livello, a Golfo Aranci, e allo stesso tempo doveva coltivare la sua immensa passione per lo sport, per la pallacanestro. Non è per nulla un caso che suo figlio Gigi abbia toccato le vette più alte del basket internazionale: con tutto il rispetto per il suo enorme talento e la prestanza fisica (ereditata senz’altro dalla madre) e la proverbiale costanza nella preparazione atletica, se Sergio non gli avesse trasmesso tutta la sua energia e non gli avesse fornito un’eccezionale spinta psicologica, beh, il suo pargolo non avrebbe scalato l’Everest della notorietà, del successo e della gloria anche dopo aver smesso di giocare.

Sergio era un uomo buono, un eterno ragazzo che, a parte la famiglia, amava il lavoro e gli amici. Sul lavoro c’è poco da dire: se oggi il Gabbiano Azzurro è un esempio di struttura ricettiva di altissimo pregio e livello, lo si deve a tutto il gruppo di famiglia, a partire dalla signora Antonella, vera principessa dell’accoglienza, motore della struttura. Con gli amici, Sergio si è buttato a capofitto nella straordinaria avventura della pallacanestro. Eccolo, colonna portante, non solo come presidente di lungo corso, della Santa Croce, una società modello, gestita come un’azienda, nata per forgiare atleti di valore, ma soprattutto per formare uomini. Immaginare Sergio Da Tome, senza i vari Paolo Priarone (lui mi ha spinto a dedicargli queste righe, dopo avermi bonariamente rimproverato di non averlo fatto subito dopo Ferragosto), Paolo Vargiu, Gianni Gaias, Gio’ Grixoni, Lucio Deiana e tanti altri, in quegli anni in cui il basket a Olbia era quasi sconosciuto, sarebbe un errore storico. Quell’irripetibile team ha fatto epoca e ha rappresentato un esempio dal quale molti hanno poi potuto imparare.
Sergio se n’è andato troppo presto e anche lui non ce l’ha fatta a vincere la partita più importante: quella contro quel bastardo di male che, quando ti punta, spesso non ti dà scampo in poco tempo. Nel panorama imprenditoriale e sportivo di Olbia, però, lui rimarrà un inscalfibile punto di riferimento, e la sua famiglia – la moglie Antonella, i figli Tullio (con Silvia) e Luigi (con Chiara), la nipotina Gaia, i fratelli Guido (con Mariella) e Marco (con Cristiana) – non farà fatica a seguirne l’esempio e a sorridere, come solo lui sapeva fare.


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