Ammetto che programmare un viaggio di tre settimane in un posto complesso e variegato come Cuba, e poi scappare dopo la prima, per motivi di salute, e permettersi pure di esprimere giudizi, possa apparire come saccente e presuntuoso. Però il desiderio di raccontare la sensazione di tristezza infinita che mi ha suscitato questo viaggio abortito è forte, perciò assumo i miei rischi e racconto le mie impressioni.
Ero già stato in questo paese nei primissimi anni 2000, e la situazione era seria ma non disperata, oggi bisogna dirlo, la maggioranza della popolazione è costretta a vivere una situazione di estrema povertà che inevitabilmente ha conseguenze importanti anche sulle scelte morali e sociali. Eppure, e me lo ricordo bene, tutto poteva mancare ai cubani, ma non l’orgoglio, ora però, di fronte alle enormi difficoltà materiali, di questo orgoglio rimangono ormai poche tracce.
L’impressione che si ricava nel vedere questa massa enorme di persone, uomini, donne, vecchi e bambini che si muovono alla ricerca forsennata, non della ricchezza, ma semplicemente del
pane quotidiano, che spesso non è altro che un pugno di riso e un poco di fagioli,
mi spinge a pensare che di quella rivoluzione, che ha fatto sognare milioni di persone, soprattutto quelle della nostra generazione, non è rimasto altro che il ricordo.
Tutti sanno che la causa principale di questo stritolamento, prima materiale, e poi delle conseguenze morali è senza dubbio l’embargo americano. Condotto in maniera sistematica da tutte le amministrazioni repubblicane e democratiche che si sono succedute dal 1959 ad oggi, portate avanti con la tecnica medioevale, obsoleta ma sempre efficace, dell’assedio del
castello. Naturalmente ci sono stati i periodi in cui gli aiuti russi, venezuelani e di pochi altri Paesi hanno in qualche modo sopperito ai bisogni di questa popolazione, ora però probabilmente nessuno è più in grado di dare loro aiuti concreti e questo popolo che è stato per lunghi anni il simbolo dell’affrancamento dalle logiche stringenti del capitalismo, ora è totalmente abbandonato a sé stesso. Una volta le famiglie potevano contare sulla libreta, che garantiva, senza largheggiare, i bisogni alimentari del popolo. Oggi la libreta esiste ancora, ma garantisce sì e no una settimana al mese delle necessità alimentari di una famiglia, per il resto del mese ciascuno deve arrangiarsi come può. Naturalmente oltre ai beni alimentari mancano le medicine, persino negli ospedali pediatrici, manca la benzina, e ogni altro bene necessario.
Si mettono in atto quindi una serie di attività per cercare di portare il pane in tavola in queste tre lunghe settimane di “penuria”. Ogni cubano ha il suo modo, anche abbastanza creativo, di cercare di riequilibrare la situazione:
- La vendita di puros, i famosi sigari cubani, il cui commercio sarebbe di esclusiva pertinenza dello stato, e che invece vengono offerti ad ogni angolo di strada.
2. Il cambio di valuta straniera, anch’esso di pertinenza dello Stato, ma che viene messo in atto da un esercito di “operatori finanziari in proprio” che sono in grado di offrirvi condizioni di cambio molto più favorevoli rispetto al cambio ufficiale.
3. I “tricicli taxi a pedali” centinaia di mezzi a tre ruote, senza pedalata assistita, che sono in grado di portarvi dappertutto a l’Havana, sfidando il calore, il dissesto stradale, e i forti dislivelli tra quartieri, con la sola forza motrice delle gambe dei giovani che li conducono, credo che molti di loro non sfigurerebbero nelle squadre dei ciclisti professionisti delle nostre parti.
4. Il mercato nero di ogni cosa, dicevo prima della mancanza di medicinali, anche negli ospedali, molte cose sono però reperibili nelle fitte reti di contatti di moltissimi cubani, per cui alla fine, pagando, si trova tutto!
Ora potrei continuare a lungo ma credo di aver reso l’ idea della situazione, e non voglio annoiarvi oltre, il mio intento è quello di rendere onore a un popolo che nonostante le avversità continua a resistere senza perdere il sorriso e la gioia di vivere, e nel contempo di chiedere a tutti di non essere troppo severi nei giudizi morali, anche perché è difficile sapere come ci comporteremmo noi nelle stesse circostanze. Saludos.

