A vederlo così, sembra un pischelletto magro magro, con il berrettino da lupo di mare conficcato nella sua pelata proverbiale, mentre caracolla verso il bar dove, ogni mattina, s’incontra con gli amici. Molti di loro hanno calcato i campi di gioco, ma nessuno lo ha mai superato nella speciale classifica degli olbiesi più capaci nel gioco del pallone. Oggi Gianfranco Marongiu, meglio noto come Franco, o, come (quasi) tutti lo chiamano, Pelè, compie 79 anni. E dunque gli auguri di chi lo conosce ma anche di chi ha solo sentito parlare della sua straordinaria abilità nel trattare quella magica sfera, li merita tutti. Non c’è nessuno che metta in dubbio la sua leadership nella speciale classifica del più bravo di sempre che, spesso, diventa un’oziosa discussione da Bar dello sport. Se però, come è capitato al sottoscritto, glielo fai notare, lui – campione mondiale dei bastian contrari (come si dice in olbiese, legosu come pochi) – fa di no con la testa. Partendo dall’assunto che è diventata mitica anche la sua abilità nel pescare (specialità della casa: orate), ecco come la pensa lui di sé stesso: “Se fossi stato bravo nel calcio, come lo sono stato e lo sono ancora da pescatore, beh, avrei giocato in nazionale”. C’è da credergli? No. Nel tappeto erboso, ma anche nei campi in terra battuta (come è stato per anni il “Nespoli”, con tutti quegli “scogli” che facevano capolino nei pressi degli spogliatoi), Pelè ha regalato emozioni e numeri incredibili, identici a quelli dei calciatori brasiliani. Non è mai stato un gigante, ma i suoi gol di testa – nonostante gli sia capitato di essere seguito a vista da Marcantoni alti dieci centimetri più di lu – sono ancora una leggenda. Da calciatore furbo e smaliziato, capiva che – per ingannare l’avversario – bisognava colpire la palla in anticipo (controtempo) rispetto al momento in cui il difensore aspettava lo stacco, ed ecco arrivare il gol impossibile. Non parliamo del modo in cui dava del tu al pallone. Rapido, svelto, intelligente, è diventato spesso l’incubo dei giocatori e della squadra che si trovava di fronte, oltre a essere stato una delizia, un sollucchero per chi ama il calcio. Era amato anche dagli allenatori che si sono imbattuti nella sua classe, anche se qualcuno – come ad esempio Gennaro Rambone – non glielo dimostrava per evitare che si montasse la testa. È rimasto scolpito nella memoria, un episodio che lo ha visto protagonista insieme con il compianto Bruno Selleri in una gara esterna contro l’Arezzo, allora capolista. L’Olbia, allenata proprio da Rambone, era ultima e dunque il pronostico era tutto a favore dei toscani. Il mister – che dava del lei a tutti – lo chiamava Marangiu, con la A, e per lui era un titolare inamovibile nonostante durante la settimana Franco s’inventasse infortuni inesistenti per via di un’innata antipatia verso gli allenamenti. Quella volta, Rambone, il napoletanissimo Rambone, ispirato da un sogno, lo chiamò in disparte prima del match: “Senta, Marangiu, oggi lei non gioca titolare – gli annunciò, scontrandosi con un’espressione non proprio amichevole -: l’Arezzo si aspetta che lei giochi, ma io la farò entrare nel secondo tempo. Ecco, quando lei entrerà, vinceremo la partita: vedrà se mi sbaglio”. Pelè fece spallucce e obbedì. Nella ripresa, il cambio. Marongiu conquistò un pallone in mezzo al campo, e vide Selleri smarcato. Lo servì, urlando: “Vai Bruno, vai…”. E il capitano cominciò a correre verso il limite dell’area. E Pelè: “Dài Bruno, tira, tira, tira…”. E Selleri chiuse gli occhi e tirò. Gol. Finì 1-0 per i bianchi, che a fine gara portarono in trionfo Rambone urlando: “Mister, lei è un mago, è un mago”.

Questo è uno dei tanti episodi che si possono raccontare nella vita calcistica di questo straordinario prodotto del calcio locale (abbiamo scelto una foto che lo ritrae con altri “colleghi” cresciuti nei campetti), che ancora oggi ricordano a Ferrara, quando indossò la maglia della Spal (incontrò anche il suo amico Pinuccio Petta che allora giocava con l’Anconitana che gli non risparmiò un fallo dei suoi), così come lo ricordano a Cosenza, quando conobbe sua moglie Marisa (di qui la canzone: Calabrisella mia che spesso gli intonano), che in questi giorni cerca di rendere più sopportabile qualche acciacco, insieme con i figli Francesco e Noemi). Eppoi, qualcosa fanno anche gli amici, all’ora del caffè, quando lo sfotticchiano – vista la sua smodata passione per i dolci – per un amore folle nei confronti dei papassini. “Purché siano senza cappa, però”. Il solito bastian contrario. A kent’annos, Pelè.