“La vocazione? Non so cosa sia capitato agli altri, ma nel mio caso è tutta colpa di quel signore, lo vede? Quello è mio padre”. Scambiare quattro chiacchiere, per fare un omaggio natalizio ai lettori, con don Antonio Tamponi – 52 anni, di Calangianus, sorriso contagioso, congiuntivi al posto giusto – è un sano esercizio per la mente. È cosa buona e giusta. Seduto su una scrivania alta, circondato da una marea di penne o comunque di attrezzi per la scrittura a mano, lo sguardo buttato là verso il monitor del pc, il parroco di San Simplicio risponde che è una bellezza, non pone condizioni, dice quel che pensa senza mai azionare il freno a mano. “Io sono schietto, mi dispiace se qualcuno la prende a male, ma mi si deve accettare per come sono”.
La vocazione, si diceva.
“Già. Il mio percorso è stato particolare, e ha contato molto la fortuna. Avevo 14 anni quando, grazie a mio padre Fausto, appunto, ho cominciato a viaggiare, a girare il mondo. Andavo dappertutto: Istanbul, Miami, non mi fermavo. Quindi, la tappa di Pisa: la mia famiglia acquistò una casa nella città toscana, dove avrei dovuto studiare. A me però piaceva Milano, quindi, l’appartamento fu venduto e io approdai a Milano, dove volevo stare”.
Studi?
“Lettere e filosofia per due anni al collegio San Paolo, poi incrociai padre Paolo Atzei (vescovo di Tempio) in vacanza ad Assisi, e anche quella tappa fu decisiva per la mia formazione. Finii all’Almo Collegio Capranico per licenziarmi in diritto canonico”.
Oggi qual è la tendenza delle vocazioni?
“C’è da piangere. Oggi in Sardegna sono in 36 a voler diventare sacerdoti, non molto tempo fa erano 140.
Un mese fa, un giovane olbiese, Cosma Carìa, ha coronato il suo sogno di indossare l’abito talare. Sarebbe bello se la sua esperienza fosse “contagiosa”, ma forse non sarà così.
“Lo temo anch’io”.
Lei ha preso il posto di don Giovanni Debidda che per 50 anni ha diretto la prestigiosa parrocchia. In che rapporti è con lui?
“Ottimi. Giovanni dice messa ogni giorno alle 7, tra poco ne celebrerà due al giorno. Lui fa parte di quella categoria di sacerdoti cha ha fatto la storia di Olbia, come lo stesso Giuseppe Delogu. Ecco, con un’unità pastorale, formata da quattro preti con caratteristiche diverse una dall’altra, si potrebbero fare dei passi avanti per far avvicinare la gente alla chiesa. Io per esempio sono più adatto alla parola, altri sono bravi a sviluppare la loro azione pastorale in modi diversi”.
Lei, gallurese di Calangianus, ha sempre operato in Gallura, vero?
“Ho cominciato a Sant’Antonio di Gallura, poi c’è stata l’esperienza di Tempio in cattedrale, quindi eccomi qui a Olbia, dove sono presente dal 1999″, prima della pandemia”.

Tra Tempio e Olbia c’è ancora rivalità?
“Non credo, forse esisteva prima, magari per ragioni legate allo sport. Oggi non avrebbe senso perché parliamo di realtà completamente diverse”.
Tipo?
“Beh, Tempio vive una disgrazia: il terziario era la colonna portante dal punto di vista economico, e oggi non c’è quasi più. Un po’ come Sassari: le due città si somigliano molto anche in questo periodo di decadenza. E mi dispiace molto. Sassari è la città che ha sfornato una classe politica di prim’ordine, è stata una fucina di teste pensanti, può vantarsi di aver messo al mondo figli illustri nella poliica: Berlinguer, Segni, la corrente morotea della Dc. E non faccio distinzioni tra destra e sinistra. Oggi non ci sono più teste, la povertà culturale è sistematica”.
Un quadro desolante…
“Purtroppo è così. A Tempio però – e mi riferisco alla mia esperienza in Cattedrale – non manca la buona volontà: abbiamo rilanciato l’attività nell’oratorio e non è mancata la catechesi”.
E Olbia?
“Olbia è brillantemente in crescita. Anche se non lo vuoi, vai a sbattere il muso su questa realtà. Gli olbiesi si son ingranditi, sono ingrassati ma ora è giunto il momento di crescere in altezza”.
Esca di metafora, don Antonio.
“Esistono troppe divisioni sociali e in molti casi la colpa è dei genitori. La palestra, i capi firmati, l’inglese, la piscina: questi ragazzi sono, devono essere, impegnati dalle 8 del mattino alle 8 di sera: sembra quasi un obbligo. E come la mettiamo con chi non se lo può permettere? Ecco che si crea un meccanismo perverso in base al quale magari ci si indebita per poter consentire al proprio figlio di acquistare quel bene costoso pur di non sentirsi inferiore ai suoi compagni. Si coltivano questi valori, e si trascura la scuola, la cultura. Oggi nei programmi scolastici, se si studia l’Eneide o i Promessi Sposi, in tutto l’anno si arriva a terzo capitolo: no, questo non va bene”.
Lei è di Calangianus, è sicuro di conoscere bene Olbia?
“Beh, forse non tutti sanno che da parte di madre sono olbiese: lei era di Rudalza. A parte tutto, sono qui da cinque anni, osservo attentamente ciò che succede, e mi rendo conto anche delle difficoltà che s’incontrano nel “governare” in senso lato una città che ha 86mila abitanti. Lo so, i residenti ufficiali superano di poco i 62mila, ma noi, come parrocchie, anche sulla base dei dati della De Vizia (rifiuti), sappiamo bene che oltre ventimila persone vivono a Olbia ma ufficialmente non risultano: io ne conosco molte”.

C’è ostentazione del lusso, a Olbia, ma non mancano le fasce di povertà.
“Purtroppo è vero. Esistono famiglie che dovrebbero vivere con 300 euro al mese, che dovrebbero pagare bollette da 250 euro. A Olbia però c’è da riconoscere che si fa tanta carità. Interveniamo noi, anche se da parte della chiesa c’è una certa lentezza nel marketing, lo fanno associazioni laiche con impegno e dedizione. Spesso, nei casi in cui il debito bancario è insopportabile, l’azione antiusura che svolgiamo noi dà dei frutti”.
Lei ha precisato di “non essere né di destra né di sinistra”. Cosa pensa del sindaco di Olbia?
“Intanto che è un gran lavoratore. Chi può essere paragonato a Settimo Nizzi in termini di impegno e dedizione. È uno che ama la sua città, ma il colore politico non c’entra”.
Torniamo alla “sua” Calangianus: c’è crisi anche da quelle parti?
“Mi piange il cuore. Ricordo Calangianus quando c’erano 54 partire iva, oggi ce ne sono sì e no 10. Con la ditta di mio padre (che non si occupava di tappi), lavoravano come operaie almeno una sessantina di donne, l’economia era florida, si studiava. Purtroppo stiamo parlando del passato: oggi rimpiangiamo quella che veniva chiamata la cultura del tappo. Forse non si è valutato attentamente un aspetto: la relazione stretta tra il sughero e l’ambiente; è stato un errore non aver investito abbastanza in ricerca”.
Qual è il suo rapporto con la politica? Quanto pressing subisce dai notabili?
“Una premessa, intanto: io non chiedo favori, non mi piace. Quando è necessario per aiutare gli altri, intervengo. Però ho imparato, dai miei studi all’Almo Collegio Capranico, che la cultura è un’ascesi e che le relazioni con i politici (parlo di Andreotti, Cossiga ecc.) e tra politici erano caratterizzati dalla giusta dose di intelligenza e di rispetto nei confronti dei cosiddetti avversari. Oggi non si accettano più critiche: le idee si consumano dappeertutto. Torno un attimo su Calangianus, un paese nl quale la Democrazia Cristiana prendeva l’85% dei voti. Ebbene, la mia famiglia con la famiglia Cugini – notoriamente di sinistra, per meglio dire comunista – i rapporti erano eccellenti, nonostante loro non fossero credenti: non ci consideravamo avversari, né tantomeno nemici. Vedevamo il mondo in modo diverso”.
Sono proverbiali le sue omelìe. Lei è un prete colto, che sottolinea l’essenziale con un eloquio sciolto: dono di natura o scuola?
“Credo di essere un comunicativo. Poi ho avuto la grande fortuna di aver frequentato il braccio destro del cardinale Martini. Cerco di essere semplice, consapevole del fatto che la semplicità e l’ignoranza sono due cose diverse”.
Un suo pregio e un suo difetto.
“Il pregio è che amo gli esseri umani, al di là della carità. Il difetto? Di fronte a un’ingiustizia, la somatizzo. Sopporto malissimo la doppiezza e mi faccio prendere dall’ira”.
Ma questo è un peccato…
“Già, l’ira finisce in acredine e mi rifiuto di trattare con chi ha provocato questo danno. Ed è difficile che torni presto a riappacificarmi”.
Un suo sogno…
“Parliamoci chiaro: Olbia è fashion, la paragono alla “Milano della Sardegna“: bisogna aiutarla a non essere superficiale. Ma nello stesso tempo Olbia è il centro più importante della diocesi: ha 20mila ragazzi, 15 mila studenti. Se Olbia non cresce, non cresce neanche la Gallura. Ecco, questo è il mio sogno”.
Cosa farà da grande, don Anto’?
“Non vorrei restare in Sardegna: mi piacerebbe molto avvicinarmi al Venezuela, in missione. Il popolo è popolo, dappertutto e per le l’America latina è una destinazione speciale”.
Ci riuscirà?
“Non lo so. Bisognerà fare i conti con il drastico calo del numero di sacerdoti in Sardegna”.


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