Mi scuso se insisto per “fatto personale”, ma questa volta è stato superato il limite di sopportazione. Raccontare quel che è accaduto qualche ora fa servirà a poco o a nulla, ma ritengo giusto che chi legge questo sito conosca a quale punto sia arrivata la dirigenza dell’Olbia calcio. Oggi, il presidente dell’Olbia Guido Surace ha consegnato una targa alla moglie del compianto Ernesto Truddaiu, un mio amico personale (ci sentivamo o ci scambiavamo messaggi almeno tre volte alla settimana) al di là del fatto che fosse il mitico capitano dell’Olbia. Domanda: chi assistito alla cerimonia? Nessuno, o quasi. Compreso il sottoscritto, al quale è stato raccontato che l’annuncio (che non ho sentito) è stato dato dallo speaker mentre le squadre entravano in campo (!). La versione sa tanto di presa per i fondelli, per non aver saputo gestire – da dilettanti allo sbaraglio – per giorni e giorni (ho le prove) le modalità di questa cerimonia, diventata alla fine quasi clandestina. Attenzione, però. L’Olbia calcio – forse il presidente stesso o il responsabile per la comunicazione Massimiliano Varrucciu o non so chi altri – hanno pensato bene di avvertire i giornalisti amici, ignorandone altri, a partire dal sottoscritto, forse perché ha la colpa di scrivere ciò che pensa, e quindi anche di esprimere qualche critica. Evidentemente, un peccato mortale che merita la scomunica. Eh già, perché l’Olbia calcio ha anche pensato bene di inviare la foto ufficiale nella quale Surace consegna la targa alla signora Anna. A chi l’ha mandata? Ai giornalisti, che avrebbero dovuto divulgare la notizia? Certo, questo imporrebbe la logica e il buonsenso. A me, no: nessuna foto. E nessuno si è posto il problema che a questo tipo di notizie bisognerebbe dare il massimo della visibilità. E quindi nessuno ha pensato di rimediare alle assenze di qualche giornalista, con l’invio delle foto o di una comunicazione anche verbale.

Credo di avere molti difetti ma non di soffrire di manie di persecuzione. e quindi non faccio del vittimismo a buon mercato. Ho sorvolato (nel senso che non ho scritto una riga) sul fatto che nella gara di Monterotondo non ci sia stato un minimo riferimento alla scomparsa di Truddaiu, così come la squadra non ha giocato con il lutto al braccio, né si sia fatto un minuto di raccoglimento. Ritengo che quanto accaduto oggi sia gravissimo, molto più grave dell’assoluto silenzio della società dopo l’episodio che mi ha visto coinvolto con il tecnico, il quale mi ha intimato con insistenza di non scattare foto durate la seduta di rifinitura (e io stavo solo usando lo zoom del telefonino per osservare più da vicino come calciavano le punizioni Ragatzu e Biancu). La discriminazione è odiosa di per sé. Si pensi a quella razziale, a quella originata da xenofobia o da omofobia o quella per motivi religiosi. Quella di cui parlo invece è originata dal fatto che si viene “puniti” per aver espresso (o scritto) un’opinione, magari condita da qualche critica per alcune discutibili vicende che hanno interessato l’Olbia in questa tribolata stagione. E la discriminazione viene da lontano, anche se non ne ho mai parlato prima. Guido Surace per esempio, in occasione del suo compleanno, ha invitato a cena alcuni giornalisti, solo quelli che evidentemente considera amici. Quelli con cui si intrattiene spesso e volentieri al telefono. In molte altre occasioni, qualcuno dello staff dell’Olbia – giusto per tenersi caro e assecondare il presidente o. non so chi altri – ha fatto altrettanto, sperando che i “nemici” non se ne accorgessero. Ecco, mi dispiace deluderli: ma il sottoscritto se n’è sempre accorto e ha fatto finta di non vedere, continuando a fare il suo lavoro per l’Olbia, come accade da alcuni decenni a questa parte. Oggi no, non è più possibile tacere. È stato toccato il fondo. C’è solo da vergognarsi perché Surace, Benno, Varrucciu un giorno o l’altro se ne andranno da questa città, ma Olbia e l’Olbia rimangono.

P.S. Il mio dispiacere più grande è solo uno: che non potuto salutare la signora Truddaiu.