È diventato un caso nazionale, quello di Istella Mea, il romanzo di un autore sardo fino al midollo che nella vita ha fatto altro, molto altro, oltre che scrivere della sua terra, regalando emozioni uniche. Da diverse settimane Istella mea è nella top five dei libri più venduti in Italia ed è stato selezionato per il premio Strega.

Non è sicuramente un esordiente della scrittura, Ciriaco Offeddu. Classe 1948, nuorese con origini di Bitti, una laurea in ingegneria elettronica, un master universitario in Creative Writing conseguito a Hong Kong e una lunga esperienza come manager di multinazionali in Italia e all’estero. Una vita trascorsa tra la Sardegna e l’Asia, continente che lo ha ospitato per vent’anni. La necessità di tornare sempre in terra sarda, la sua terra, quella che lo ha cresciuto amorevolmente e forgiato, quella terra che gli ha dato molto ma gli ha anche tolto, la stessa terra che attualmente gli sta restituendo i frutti di un impegnativo lavoro letterario.

È la prima volta che lo incontro, l’occasione è proprio questa intervista, fatta poco prima della recente presentazione olbiese del suo romanzo: serata indimenticabile, con la lectio magistralis di Bachisio Bandinu e la performance del coro di Nuoro (nella foto sotto). È un uomo affabile, Ciriaco Offeddu, capace di generare da subito un’atmosfera distesa e amichevole, quella giusta per una chiacchierata su alcune tematiche trattate nel suo romanzo. Ci sediamo l’uno davanti all’altra, ordiniamo un drink e cominciamo.


C’è una parola nel suo libro che racchiude tante emozioni e sentimenti comuni a molti sardi che per lavoro hanno dovuto lasciare la Sardegna e l’Italia. La parola è “disterru”. Quanto ha influenzato la sua storia personale di vita all’estero nella scelta di una delle principali tematiche narrative del suo romanzo?

Disterru è uno strappo che crea dolore, un dolore che con il tempo si tramuta in sentimenti di malinconia, di mancanza e di senso di provvisorietà. La mia intenzione era quella di scrivere una bella storia d’amore, non la solita già vista e sentita, ma qualcosa capace di evocare nei lettori molteplici emozioni e sentimenti. Non era mia intenzione trattare il tema dell’emigrazione. Quando si scrive una storia, essa si costruisce gradualmente da sola, sono i personaggi e le circostanze che la portano avanti. La tematica del disterru si è inserita naturalmente nella storia, dandole coerenza. Rechella, il personaggio principale del libro, è una ragazza che parte da Nuoro per andare in Argentina. Erano gli anni Sessanta, un periodo in cui non c’era possibilità di conoscere in anticipo la terra di destinazione, si partiva a scatola chiusa, all’avventura. È chiaro che i sentimenti che provano i personaggi del romanzo sono sentimenti che ho provato anch’io”.


Tutte le persone che lasciano la propria terra vengono assalite prima o poi da quei sentimenti. Lei pensa che nei sardi emigrati le conseguenze emotive del disterru siano più forti?

“Credo che il sardo sia fortemente legato alla propria terra d’origine. Durante i miei viaggi di lavoro ho constatato che, all’estero, non esistono quartieri sardi, mentre ci sono quartieri siciliani, campani. A questo fenomeno ho dato una mia personale interpretazione: i sardi sentono di più il senso di provvisorietà rispetto ad altri connazionali. A Stoccarda, ad esempio, c’è stata una grande emigrazione lavorativa sarda verso un’importante fabbrica automobilistica, eppure neanche lì si è formato un quartiere dei nostri corregionali. Quindi, credo proprio che in noi sardi sia più forte l’ancoraggio alle radici”.


Un altro tema della storia narrata in Istella mea è quello della magia, delle credenze popolari e del mistero. Il suo romanzo è stato inserito nel genere del realismo magico. Perché la Sardegna ha sempre affascinato così tanto al riguardo? Chi sono le Surbiles? Sono solo credenze popolari?

“Ciò che è sicuro è che esistono il bene e il male, e ognuno, in base a tanti fattori, gli attribuisce un nome diverso. Io ho vissuto la mia infanzia a Nuoro e certe cose che vengono definite credenze popolari hanno da sempre fatto parte della vita quotidiana, soprattutto a quei tempi. Esistono da sempre persone con capacità particolari, nell’ambito del bene e del male, che si discostano dalla normalità e che lottano tra loro attraversando diverse generazioni. La frase “mantene s’odiu” racchiude questo significato: il passaggio del testimone nella lotta contro il male, incluse le surbiles. Ci sono persone che, attraverso la recita silenziosa di preghiere, liberano la vittima dal malocchio e tramandano quel rito all’interno del bene, affinché non si perda nel tempo. Dunque, dov’è la magia qui? In effetti non c’è: ci sono solo persone che ogni giorno scelgono di perseguire il bene contrastando, a loro modo, il male”.


Il suo libro è celebrato dalle principali testate giornalistiche nazionali come uno dei più interessanti del panorama letterario degli ultimi tempi. Istella mea è stato anche proposto tra i libri in corsa per il Premio Strega. Si aspettava tutto questo successo?

“Quello che mi viene detto molto spesso durante le presentazioni è che Istella mea è un libro molto generoso. In effetti, posso dire di aver dato tanto per questa storia. L’amore per la mia terra è stato il sentimento propulsivo che ha contribuito a generare il romanzo. Secondo me, è necessario scrivere con amore e generosità, altrimenti si rischia di non toccare l’animo umano e di cadere nel dimenticatoio. Io cerco di fare letteratura, o almeno ci provo. La letteratura richiede, oltre alla competenza, una grande spesa emotiva da parte dello scrittore. Io, per questo romanzo, l’ho fatto e continuerò a farlo con serietà e passione anche per i prossimi progetti letterari”.


Ci può anticipare se sta già lavorando a un nuovo libro?

“Sì, c’è un nuovo progetto letterario. La storia avrà radici in Sardegna ma si svilupperà al di fuori dei suoi confini…”.