Ha ragione il mio amico ed ex geniale compagno di liceo Gabriele Calvisi quando ieri, chiedendomi di scrivere due righe per ricordarla ora che ci ha lasciato, ha definito Maria Grazia Pianezzi “la luminosa donna che è stata per noi”. Sì, Maria Grazia era proprio luminosa nel sorriso, illuminata e illuminante nel pensiero. Sembra l’altro ieri, quando noi studenti del glorioso liceo scientifico “Lorenzo Mossa” di Olbia vedemmo entrare in classe questa donna bellissima dal capello corto e ordinato, avvolta da un cappotto beige, che ci osservava attentamente uno per uno, forse per capire in anticipo se e in quale misura l’avremmo fatta dannare per tutto l’anno. Lì per lì, non capimmo. La nostra era una classe difficile da catalogare: c’era una forte componente di Olbia, tutti esponenti di ritorno di quell’olbiesità di cui oggi si sente davvero la mancanza, eppoi c’era una corposa e qualificata componente di studenti di Bitti, gente tosta, di rara intelligenza. Se la memoria non m’inganna sette compagni di scuola su 25 erano bittesi che, già dall’epoca, per i motivi più disparati, avevano scelto la città gallurese – e non Nùoro, per esempio, come forse sarebbe stato logico – come seconda patria, almeno per ciò che riguardava l’istruzione. Comprese la matematica e la fisica, campi nei quali per esempio eccelleva l’attuale leader di Sardigna Natzione Bustianu Cumpostu. Insomma, non capivamo se quella leggiadra visione di donna dai tratti delicati, non molto più grande di noi dovesse rendere le nostre giornate più interessanti per qualche giorno (si pensava alla classica supplente) oppure per un periodo molto più lungo. Quando precisò che “io sono qui perché sono la vostra insegnante di lettere”, ci mancò poco che qualcuno non ruzzolasse dal banco. Eravamo emozionati più noi di lei. Da quell’esordio, tra noi scoppiò un amore a prima vista. Nel senso più nobile e più innocente del termine. Non c’erano i social. Non c’erano neanche i telefonini, ovviamente. Internet? Ne ignoravamo l’esistenza. Il nostro ufficio informazioni era molto più pedestre. Impiegammo un po’ per scoprire che non dovevamo farci impressionare o condizionare da quell’accento toscano dotato di poteri magici, un accento che ne ingentiliva i tratti umani, e rendeva “musicali” (e quindi meno noiose) le spiegazioni delle lezioni, esposte nella lingua di Dante che noi dovevamo conoscere per prendere un bel voto. Insomma, credevamo che la prof fosse di Firenze o giù di lì, e invece era di Berchidda, come la sua famiglia. Assistere alle sue lezioni, era un piacere. Essere interrogati da lei non ti procurava un mezzo infarto (come ad esempio capitava se venivi chiamato alla cattedra da don Cascioni), cercava di comprendere subito se eri in bluff (cioè se volevi prenderla per i fondelli, millantando una preparazione superba che non avevi), oppure se avevi davvero studiato e incespicavi in qualche passaggio per altre regioni. Molto originale, la sua strategia nel correggere i compiti in classe di Italiano. Era parsimoniosa. Non dava mai voti altissimi, e cercava di suggerire alcuni passaggi che, a suo modo di vedere, impreziosivano il testo scritto da te. Non sorvolava sugli errori di ortografia, anche se la nostra non era una classe di lavativi o incolti (i prof delle medie avevano fatto il loro dovere). Era una prof, ma era anche un’amica. Sapeva dispensare consigli, sul piano privato. Qualcuno si rivolse a lei per chiedere aiuto dopo una cocente delusione amorosa: la “lei” per la quale il nostro compagno aveva preso una sbandata colossale, non solo gli aveva detto di no, ma si era pure messo con un altro che non era proprio un Adone. “Lasciala perdere”, consigliò la prof, aggiungendo la classica frase: “Non ti merita”.
Con i ricordi si potrebbe continuare ancora e chiedo scusa se mi sono fatto prendere la mano. Ma prima di chiudere non posso non rievocare un episodio che – a distanza di diversi decenni – ho ancora scolpito nella memoria. Gita scolastica per le quinte classi dello Scientifico. Destinazione Roma. Chi ci accompagnerà? “La Pianezzi”. Evviva. Atterrammo nella capitale, e dopocena decidemmo di visitare il mitico Piper, la discoteca di via Tagliamento 9 (quartiere Parioli) aperta nel 1965 e diventata ben presto il tempio del divertimento per i giovani dell’epoca. Ci accompagnò lei, e appena la vedemmo, rischiammo il coccolone tanto era bella ed elegante. Depose nel guardaroba una mantella nera che le copriva e tutto il corpo fino ai piedi e tornò da noi: sembrava indossasse la minigonna, ma invece erano gli “short”, i pantaloncini corti che esaltavano le sue splendide gambe. Ci contenemmo, per pudore. Mentre il sottoscritto guadagnava la via della toilette, ecco avvicinarsi un paio di ragazzi un po’ più grandi di noi, Rolex al polso, catenone d’oro al collo, petto villoso. “Aò, chi è quella dea che parlava co’ te e altri due?, chiesero i due burini. Risposta da sardi omertosi e anche un po’ gelosi: “Boh, non lo sappiamo, ci stava chiedendo una sigaretta”. “Se me la presentate, vi do ventimila lire”. E noi: “Tienitele”.
Mi scuso ancora per essermi dilungato, ma prendetela con un’ulteriore manifestazione di affetto nei confronti di una donna che, dopo aver perso il compagno (Gianni FIligheddu, persona eccezionale), si era rifugiata nell’eremo di Golfo Aranci e difficilmente usciva di casa per frequentare amici o conoscenti. Preferiva stare con gli amati cani. La sua scomparsa ha intristito molta gente e tutti noi ci rammarichiamo di non averla coinvolta in iniziative che l’avrebbero resa felice almeno un po’. Fu contenta, qualche anno fa, quando ci vedemmo in barca con amici comuni e quando accetto l’invito di Gabriele Calvisi a partecipare a una presentazione di un libro dello stesso suo ex alunno. Il velo di tristezza che qualche volta si posava sul suo viso scomparve d’incanto per darsi un appuntamento “alla prossima volta” che non abbiamo onorato. E ce ne pentiremo per sempre.

