Per alcune credenze popolari la luna rossa è un simbolo di trasformazione e di rinascita, e il suo manifestarsi annuncerebbe l’arrivo del momento determinante per prendere decisioni importanti di vita.  Questi giorni anche la città di Olbia ha potuto ammirare questo fenomeno che si verifica soprattutto d’estate, a causa del maggior impatto delle sostanze inquinanti atmosferiche che ne conferiscono la particolare colorazione. Così dice la scienza, con sommo dispiace per i romantici. Ma la luna rossa ha da sempre avuto un grande ascendente negli esseri umani, qualsiasi siano le cause che abbiano generato il colore, grazie al quale le è stato conferito anche il  nome, non troppo rassicurante, di “Luna di sangue”. Ma noi rimaniamo estimatori del nome “Luna Rossa”, come la famosa barca a vela o “Luna rossa”, come il titolo del celebre brano napoletano di Vincenzo De Crescenzo  che fa più o meno così… 

“E ‘a luna rossa mme parla ‘e te,
io lle domando si aspiette a me,
e mme risponne: “Si ‘o vvuó’ sapé,
ccá nun ce sta nisciuna”.

( chiudete gli occhi e canticchiatela!)

Sul  lungomare di Olbia, l’incantevole satellite della terra toccava quasi l’orizzonte, riflettendo quel colore rosso sul mare, quasi come fosse un ponte di unione tra essa e la banchina dei pescatori di seppie, dalla quale si scorgono, specialmente d’estate, miriade di luccichii provenienti dalla città vestita a festa. Erano centinaia le persone che l’ammiravano lungo il molo. La gente era distribuita in modo ordinato, contemplando quella magica sfera rossa figlia di una notte d’estate, in un rigoroso e religioso silenzio . I volti erano puntati verso l’orizzonte, quell’orizzonte che per pochi minuti ha avuto il privilegio di ospitarla, prima che la sua inesorabile ascesa la separasse definitivamente da esso. Ma la luna si può solo guardare , custodendone il ricordo nel cassetto della memoria. A sussurrarcelo, è stata proprio lei, qualche sera fa, quando si gustava divertita lo show, sospesa tra il mare ed il cielo. Sicuramente lo spettacolo più esilarante lo abbiamo messo in scena noi, quando, al posto di usare gli occhi ed il cuore eravamo tutti li, come automi, con in mano centinaia di cellulari elevati verso il cielo e la presunzione di poterla immortalarla così come la vedevano i nostri occhi, in tutto il suo splendore. Ma a guardare  le facce deluse di tutti, per quello che avrebbe dovuto essere  lo scatto “perfetto”, non è stato difficile capire che  anche quella sarebbe stata, per chiunque, l’ennesima foto buia raffigurante un piccolo, anonimo ed insignificante puntino luminoso. La luna avrà sicuramente pensato che siamo un popolo di folli e di arroganti, un popolo che non è più capace di godersi la bellezza senza l’utilizzo di quelle  “protesi” imperfette.  Gli obiettivi dei cellulari hanno rubato il lavoro agli occhi, lasciandoli improvvisamente disoccupati. E se il privilegio che questo complesso organo umano ci dona è l’opportunità di vedere il mondo, non dovremo dimenticare che è grazie alla funzione visiva che interagiamo con esso, trasformando qualsiasi immagine in un’emozione. Probabilmente è proprio questo uno dei motivi che ha reso l’essere umano  incapace  di fondersi con gli altri creando una comunità. Una comunità che oggi sembra costituita non più dall’unione profonda dei popoli, ma da singoli individui slegati e chiusi dentro sé stessi, incapaci di guardare ad “occhio nudo”  gli altri e  la bellezza del mondo che ci circonda.