Quando un grande regista straniero fa un film, racconta una storia: non ha la pretesa di raffigurare un’intera nazione. Se un letterato africano descrive il suo mondo, non pensa per questo di rendersi interprete di un’umanità unica. Nel momento in cui qualsiasi artista o poeta europeo parla della sua gente, lo fa con riferimento ad affreschi non totalizzanti. Da noi, invece, nella Sandalion dei Greci, il “sandalo sardo” può diventare tutto tranne che una qualsiasi ciabatta: è di per sé speciale, straordinario,
in quanto prodotto in una terra da leggenda. E dunque viene percepito e replicato come assoluto, monopolizzante. Così, in un caleidoscopio al rovescio, in questi tempi complicati gli specchi obliqui ritornano.
E ritornano non tanto attraverso i convenzionalismi che a volte contraddistinguono parecchi tra gli ultimi film, installazioni d’arte e romanzi Made in Sardinia. Ma attraverso analisi al vetriolo oppure, al contrario, attraverso recensioni entusiasticamente positive di quelle stesse opere. Di volta in volta ci si trova di fronte a una serie ininterrotta ma schizofrenica di esaltazioni o di stroncature. Tutte segnate però da un’esclusiva matrice: e cioè il lievito madre per scolpire l’isola come un monolite. Meglio: come un totem. Da adorare o da buttare giù. E basta. Senza vie di mezzo. Questo filo rosso-moro scorre però su pericolosissime lame di rasoio: astruse suggestioni nate da vicende familiari circoscritte, costanti resistenziali aggiornate contro neo invasori, simboli opachi perduti e solo in apparenza ritrovati, passioni civili nutrite all’ombra dei nuraghi, amori privatissimi del tutto particolari intrecciati con frustrazioni e alienazioni collettive. In sostanza: nei commenti sul lavoro di numerosi autori capita d’imbattersi in visioni distorte di come a volte vogliamo che gli altri ci giudichino, ma erette comunque a modelli per tessere trame comunitarie improbabili. Mentre la vita vera appare in genere molto diversa da così.
È sbagliato, allora, parlare di statue costruite con la schiuma da barba per i personaggi di qualche romanzo sardocentrico e degli attori di più d’una sceneggiatura sull’Isola-Sandalo? Forse no. E il perché è presto detto. Siamo davvero sicuri che i sardi, gli italiani, i popoli mediterranei e i protagonisti di certe vicende oleografiche siano così diversi gli uni dagli altri? In realtà l’isola è da sempre ricca di contraddizioni e contrasti. Costellata da mille situazioni tra loro spesso antitetiche. Popolata da donne, uomini, bambini uno per uno non dissimili – è naturale ribadirlo, sebbene sia scontato – dagli altri esseri umani residenti al di là del mare, con tutte le loro multiformi varianti di virtù e difetti. Un prisma molto sfaccettato, a volte persino indecifrabile da parte dei suoi stessi abitanti. Gente che non si qualifica, e non viene qualificata, dal fatto di vivere in una determinata regione. Quanto piuttosto dallo stare in una città o in un paese, da abitare nella Sardegna delle vecchie miniere o nella Sardegna del turismo di massa, nella Sardegna delle zone interne o nella Sardegna dei poligoni militari, nella Sardegna delle pianure o in quella delle montagne, nella Sardegna delle periferie urbane o dei piccoli centri sempre più spopolati, nella Sardegna di come lo sguardo esterno vuole sia la Sardegna o nelle autentiche realtà, nei veri contesti, negli spaccati vivi dove falsi monumenti fatti di salsedine e fango si liquefanno da decenni.
E in fondo, com’è stato detto, non siamo che padri di noi stessi e figli di noi stessi. Esattamente come tutti, in tutto il mondo. Ma è invece al nostro interno che gruppi e consorterie virali alimentano miti deformati: fuori dalla storia dei vincitori, fuori dalla storia dei vinti.
E uno di questi cortocircuiti emozionali è appunto una certa dose di qualificazioni forzate che trasformano tutto in un magma indistinto natzionalitario. È il caso dell’identità, che invece a volte può rivelarsi una “identità non identificabile” molto più di frequente di quanto si pensi. Perché gli opposti – qui e altrove – non si attraggono: lottano, divergono, serbano rancori, si auto alimentano con rivalità, gelosie scontri. Ed è difficile persino che dialoghino. Per esempio, non hanno niente da dirsi, se non constatare magari di avere entrambi cognomi che possono finire con la U, clan di cementificatori e nuclei di ambientalisti attivi nell’isola: sono tutti sardi, eppure la loro è una visione totalmente opposta dello stesso mondo. Ma nell’isola anche in politica, nelle iniziative culturali e tra i media non si scherza: c’è chi come al solito vuole tutelare e chi come al solito vuole distruggere. “Dio è gratis, il prossimo costa”: direbbe l’amico saggista Alfredo Franchini che con questo titolo ha scritto un eccellente raffronto Pasolini/De Andrè.
In effetti, modelli sociali articolati, tesi di sviluppo differenziate, piani economici disarmonici, boutade demagogiche e progetti seri continuano invece a coesistere negli stessi 24mila km quadrati. E non è una novità. Le radici restano intanto aggrovigliate. Da anni. Che cosa mai hanno avuto in comune nella loro azione politica Berlinguer e Cossiga? “Di che vogliamo parlare? Di Emilio Lussu o dei fascisti della seconda ora? Non c’è nulla che ha legato il Cavaliere dei rossomori ai tremila sardi che si sono offerti volontari per fucilare l’anarchico Schirru accusato di aver avuto l’intenzione di uccidere Mussolini”. È stata questa la risposta data da un gigante dell’arte come Antine Nivola a chi gli chiedeva quale fosse il suo pensiero sulla rinascita dell’identità nazionalista sarda. Ecco, allora: se quella domanda oggi viene riproposta in continuazione, sono proprio le risposte aderenti a realtà frammentate che non possono essere uguali. Perché non esiste alcun monolite diverso dai menhir di un passato ancestrale. Qualsiasi cosa è in costante evoluzione: può essere oscurata, illuminata oppure esaminata segmento per segmento, blocco per blocco, strato per strato. E a ben guardare i temi complessi non possono in ogni circostanza essere banalizzati a tutti i costi. È anzi legittimo porsi cento, mille interrogativi. Riflettiamo a fondo prima di fare un post in fretta e furia o di condividere un pre-giudizio. Pensiamoci. Ripensiamoci. Ma facciamolo da un punto di vista alternativo ai due canoni asimmetrici oggi prevalenti. E solo dopo traiamo le conclusioni.

