Credo che in principio a provocare la rissa e a parlarsi addosso furono Aldo Biscardi e Maurizio Costanzo. Oggi i loro discendenti sono Vespa, Floris, Del Debbio, Bianca Berlinguer e gli altri conduttori del talk show, l’informazione come intrattenimento. Fare confusione è la loro missione ma ciascuno la persegue a modo proprio. In comune c’è un obiettivo: far nascere dalla baraonda una clip virale da dare in pasto allo spettatore. Dunque, c’è una compagnia di giro che si esibisce ogni sera sulle reti televisive. Pochi attori, sempre gli stessi, tutti ben pagati com’è giusto che sia perché avere l’impegno di “fare” l’opinionista fisso è pur sempre un lavoro. Per capirci meglio facciamo nomi e cognomi perché i programmi di intrattenimento giornalistico hanno l’obiettivo di far scontrare la gente ma inseguono lo scopo in modo differente. Il filo rosso è la sceneggiatura di un racconto dove gli ospiti, selezionati in modo che si possano azzuffare, insultare e delegittimare scuotano la testa quando non hanno la parola. In quel momento l’attenta regìa stacca la telecamera sull’attore e ne mostra il dissenso. Uno spettacolo finto che sta come il wrestling allo sport vero perché il risultato è predeterminato.

Aldo Biscardi con il “Processo del lunedì” invitava i protagonisti a non parlare più di due per volta; Costanzo aizzava l’ospite più timoroso con un invito netto: “Daje sotto”. Ma erano gli anni in cui l’esordiente Vittorio Sgarbi non urlava ancora “Capra, capra” e si limitava a dare della cretina a una professoressa. Ora su una rete Mediaset, Del Debbio recita la parte del personaggio che nella vita non è, costruendo trasmissioni in cui le reazioni sono teleguidate. Capita che nel suo programma possa trovare posto anche un balordo preso dalla strada, uno che mostra i muscoli e minaccia. A quel punto, però, è lo stesso Del Debbio che, entrando nella parte del bullo, diventa un eroe: “Queste cose le dici a casa tua, io ti prendo a calci in culo, vattene via!”

È la recita di chi è conscio che i programmi televisivi non possono conciliare la cultura con chi cultura non ha. La mediazione giornalistica sarebbe necessaria ma avverrebbe a discapito delle ambite clip virali di cui abbiamo detto sopra e allora è meglio parlarsi addosso e non far capire niente facendo finta di voler spiegare tutto a tutti. Sappiate che quando in questo genere di programmi la gente si accapiglia non è un incidente, è voluto. “Ora vi abbasso i microfoni” è la minaccia ipocrita dei conduttori che si sfregano le mani per la rissa portatrice di ascolto.

Giovanni Floris, ottimo giornalista quando lavorava per Radio Rai, ha scelto uno schema diverso e costruisce un programma per blocchi in modo da creare una sceneggiatura quasi cinematografica. Capita che un invitato sia chiamato due volte, la prima alle 21 e la seconda dopo le 23. Un ospite per due pubblici diversi a seconda delle fasce orarie e con una regia attenta a sfruttare la pubblicità magari quando le altre reti concorrenti stanno calando nel livello d’ascolto.

Infine, il modello dell’imperturbabile Bruno Vespa. Qui non ci sono le risse perché, come abbiamo detto, gli scontri avvengono solo se cercati. Con Vespa siamo dentro a un teatro dove non si apre e si chiude il sipario ma è lo stesso protagonista che apre e chiude la porta. I tempi della recita sono quantificati e li stabilisce il conduttore: i microfoni sono sempre chiusi perché la discussione deve seguire un racconto deciso da Vespa. Una testimonianza sempre e comunque filogovernativa, dalla Dc a Berlusconi alla Meloni tra ricostruzioni di plastici, firme di contratti con il popolo, premier che usano la calcolatrice per mascherare i conti pubblici e ovviamente sbagliano il risultato. Ma tutto serve alla causa e Bruno Vespa oggi è contrattualizzato in Rai come persona di spettacolo. Nei primi cicli della trasmissione custodiva in tasca un telecomando per aprire la porta e far entrare il nuovo ospite quando il dibattito si trovava in fase di stanca, ora il copione non ammette varianti.

Da un po’ di tempo a questa parte si esibiscono su tutte le reti anche alcuni ex direttori della Rai, (e qui non facciamo i nomi), pensionati da una decina d’anni, spariti dalla scena in questo lasso di tempo perché avevano trasferito la residenza e le ricche pensioni in paesi stranieri come il Portogallo. Ora però sono pentiti, si professano ovviamente patrioti e con la loro presenza ricordano ai partiti di riferimento la disponibilità a incarichi di sotto governo. Per le Tv sono ospiti funzionali, adatti a coprire i leader politici che si rifiutano di frequentare un programma. Per tirare le somme è un modello di informazione che non regge. Funzionava negli anni del bipolarismo, ai tempi di Prodi e Berlusconi, quando i punti di vista erano solo due. Oggi i partiti sono finiti, sono associazioni personali, e la frammentazione non consente sintesi. Alla Tv è meglio mettere l’uno contro l’altro che si parli di economia, di tecnica o dei vaccini. La complessità non si spiega in due parole e allora è meglio scannarsi mentre il giornalista in studio intima: “Non parlate tutti insieme, vi spengo il microfono”. L’ospite in quel momento silente deve esibire una faccia schifata ma ben collaudata davanti allo specchio. Nulla è improvvisato nell’informazione che fa spettacolo.