Sono più importanti le idee o le vite delle persone? La risposta non è semplice, è chiaro che le idee, soprattutto quelle che si ispirano alla libertà e all’ uguaglianza, ma anche alla realizzazione di una società giusta, in cui siano rispettate le libertà fondamentali dell’ individuo, costituiscono un ideale a cui tutti dovrebbero ispirarsi. Questi ideali, che hanno mosso ogni rivoluzione, e quindi sono stati il motore della trasformazione che ha interessato tutto il mondo, e ha fatto sì che crollasse finalmente il mondo feudale, basato sui diritti di nascita, con le diverse classi sociali cristallizzate, per cui ogni individuo, già alla nascita aveva una posizione inamovibile, per cui a volte si è rischiato di avere un perfetto cretino come re, plenipotenziario di uno stato anche importante come l’Italia o la Francia. Per fortuna poi non è mai accaduto!
Si cercò quindi di realizzare una società che finalmente ponesse i diritti fondamentali dell’uomo al centro del nuovo ordine, dando a ciascuno la possibilità di realizzare sé stesso e la società tutta, con il lavoro, con l’impegno e con l’ingegno, avendo presenti contemporaneamente il bene dell’ individuo e quello della nuova società che si andava a costruire. Garantendo quindi a ciascun cittadino l’istruzione, la libertà di espressione, la salute, e la sua realizzazione nel rispetto di tutti i componenti della società stessa. Insomma ciò che la rivoluzione francese aveva mirabilmente espresso, semplificando, nel famoso motto Liberte’ Egalite’ Fraternite’.
Naturalmente ogni rivoluzione ha come obbiettivo la rimozione con la forza, del gruppo di potere che opprimeva il popolo, un periodo di assestamento dei nuovi poteri, e la graduale restituzione al popolo del potere di scegliere i nuovi governanti e della forma di governo che garantisca il rispetto dei diritti fondamentali che ogni popolo merita.
D’altra parte non si può non rimarcare l’importanza della qualità della vita delle persone, e in nessun modo trascurarla anche se fosse in nome di un ideale altissimo.

Fidel Castro il capo della rivoluzione cubana

A questo punto mi viene in mente la rivoluzione cubana, culminata nel 1959 con la caduta della dittatura di Fulgenzio Battista e la presa di potere di Fidel Castro, circondato da quella pletora di eroi combattenti come Ernesto Che Guevara, Camillo Cienfuegos, Juan Almeida Celia Sánchez e tanti altri. La loro fu una rivoluzione di tipo socialista, che si prefiggeva l’eliminazione del capitalismo e la creazione di una società in cui tutti i mezzi di produzione appartengono al popolo. Naturalmente coloro che hanno materialmente fatto la rivoluzione sono gli stessi che si assumono la responsabilità di governare in quel lasso di tempo che permetta la transizione e il difficile passaggio alla nuova forma di governo.
In quel lasso di tempo, ci si concentra sulla creazione di una nuova classe dirigente che sia in grado di assumersi l’ onere di governare e di tradurre in realtà le teorie socialiste, che avevano appunto indotto il popolo a rivoltarsi e abbattere il vecchio potere. Questa è la parte più difficile. Negli anni che passano la classe che ha guidato la rivoluzione, e poi ha guidato il Paese, aspettando appunto che i tempi fossero maturi per questo grande passo, comincia a prender gusto a gestire il potere, e sempre meno ha fiducia nelle generazioni che dovrebbero sostituirli, ed è così che 50/60 anni dopo ci si ritrova con una gerontocrazia, autoreferenziale, incapace di riporre la propria fiducia in altri, e che finisce per nominare finti leader, scelti in base alla fedeltà e non alle capacità reali, spesso attingendo alle linee familiari di discendenza. Mentre in realtà ogni governo dovrebbe soprattutto rinnovarsi e apportare la linfa vitale che viene dalle nuove generazioni.
Ed ecco che in breve tempo un governo nato da una rivoluzione si trasforma in un sistema autoritario che non si sogna nemmeno di cedere un solo millimetro del potere che si era conquistato.
Ed è così che Fidel conserva il potere fino al giorno prima del suo decesso, poi nomina Raul, non più, se mai lo era stato, uomo adatto a governare l’inevitabile cambiamento necessario a trasformare una società e adeguarla ai nuovi tempi. Raul a sua volta nomina Canel che è solo anagraficamente più giovane, ma totalmente incapace di distaccarsi dalla linea conservatrice che forse ha contribuito a perpetrare, e il paese inesorabilmente sprofonda in una crisi morale, economica e sociale che porterà, ed è inevitabile, allo sfacelo totale, anche complice il bloqueo americano, da cui non potrà più risollevarsi, resterà quindi, una rivoluzione bellissima nella sua parabola iniziale, ma inutile, 65 anni dopo, a causa della sua insana cristallizzazione.
Ora rimane la flebile speranza che un intervento dei BRICS, cioè il gruppo costituito da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, a cui Cuba ha aderito, possa stanziare i fondi necessari per la ripresa economica dell’ isola. Ma questo, immagino possa avvenire, unicamente se i cubani sapranno dare le necessarie garanzie di impegno per fare sì che si tratti di investimenti produttivi e non l’ennesima mancia che servirebbe ad allungare l’agonia di una classe dirigente ormai capace soltanto di tirare a campare, e non certo di riformare il paese. Basta pensare che negli ultimi 5 anni hanno abbandonato Cuba oltre due milioni e mezzo di cubani, per lo più giovani. Circa un quarto della popolazione.
La conclusione della mia riflessione è la seguente: la rivoluzione perché sia efficace deve essere continua, e i gruppi di potere devono necessariamente essere sostituiti prima che il potere che gestiscono corrompa la loro sete di giustizia e libertà, e li trasformi in oppressori di quello stesso popolo che intendevano salvare.