Dal generale al particolare. Nella comunicazione in Italia esistono regole che spesso discendono dalla Costituzione e indicazioni più specifiche, come le norme sul diritto di opinione, le Carte dei doveri e così via. Poi ci  sono altre regole non scritte: una di queste è che non esistono notizie in senso lato, ma soltanto notizie verificate. Incrociando le fonti, redattori e foto-tele-reporter cercano di dare una rappresentazione della realtà quanto più vicina a contesti attendibili. “A ciò che succede”, insomma: perché in prima battuta, nel sistema dell’informazione, in un modo o nell’altro, si fa sempre riferimento alla cronaca. Così nella legge istitutiva dell’Ordine di categoria, in maniera congrua rispetto al tipo di professione, viene evidenziato come ogni giornalista sia tenuto alla “verità sostanziale dei fatti”. Concetto che però da subito dice quanto la verità assoluta sia sfuggente e spiega come non si possa sempre ricostruire tutto nei dettagli. Specie in situazioni mutate rispetto al recente passato. Per quali motivi? Per tanti fattori. In brevissimo tempo sono cambiati i mezzi di produzione: dal “piombo” e dalle macchine per scrivere si è passati in modo vorticoso al “freddo” e ai computer, sino a rete e intelligenza artificiale. Al sistema di stampa+radio ne è subentrato un secondo, esteso alla televisione. E a questo un terzo, ancora più ampio, allargato a internet. E al terzo, l’ultimo che conosciamo oggi: un mondo fortemente digitalizzato e interattivo, già predisposto verso ulteriori trasformazioni. 

Quattro rivoluzioni in pochi decenni: rivoluzioni tecnologiche e non solo. Pensiamo ai nuovi format televisivi, ai canoni radiofonici del Duemila mixati con le immagini, a social, podcast, blogger, algoritmi, server, troll, (ro)bot…  . In Italia ha contribuito a radicali cambiamenti un grande filosofo della comunicazione e del linguaggio: Silvio Berlusconi. Come naturale, ironizzo sulla grandezza votata al far male (per gli altri e agli altri). Ma è stata Sua Emittenza che ha trasferito il marketing commerciale sia nel marketing politico sia nel marketing giornalistico. Così, in molti casi nel mainstream prevalente, gli slogan di poche parole sono andati via via sostituendosi alla complessità dei resoconti. “È più facile vendere prodotti dando un quadro parziale sommario efficace? Facciamolo anche per l’informazione”. “Interessano gli aspetti di carattere formale più che di carattere sostanziale? Occupiamocene, e in fretta”. “Sono importanti l’incisività, l’estetica, le tendenze del momento, le tesi giornalistiche costruite a tavolino? Seguiamole in ogni campo della comunicazione”. In questa maniera la verità sostanziale dei fatti è andata via via rarefacendosi. Almeno in larga misura. E, sempre con le dovute eccezioni, nelle redazioni e tra i freelance è subentrato un meccanismo di lavoro piuttosto condizionante, direi, che domina ancora adesso il quadro complessivo delle pubbliche relazioni mediatiche quasi a qualsiasi livello. Per cui, in genere, non c’è più la separazione degli avvenimenti dalle opinioni, ed è così caduta un’altra delle regole non scritte del giornalismo dal Secondo dopoguerra, La stessa che ha avuto alcuni progenitori persino tra autentici filosofi del Novecento. Come Antonio Gramsci, che è stato anche giornalista ferrato sul piano tecnico sebbene oggi lo si ricordi poco. Il quale raccomandava ai giovani redattori politici che iniziavano a muovere i primi passi tra i banconi delle tipografie di Ordine Nuovo e Unità: “Diamo prima le notizie asciutte, stiamo ai fatti, poi li interpretiamo e commentiamo”.

Nuovi canoni. A che cosa servono quindi i mediatori dell’informazione attualmente? Sul fronte dei partiti secondo i dogmi delle destre (e non solo) se ne potrebbe fare a meno. “È meglio che il politico parli in modo diretto alla gente, magari attraverso un video, un pre-registrato”. In modo che si possa eliminare tutta una serie di aspetti insidiosi per l’intervistato: incertezze espositive, errori nelle citazioni e che, soprattutto, non esistano più le domande non gradite. Nel frattempo il pluralismo dell’informazione è stato minato dalla presenza forte di non editori. Vedremo presto in che misura per quali motivi sostanziali.