A tre giorni dal naufragio sugli scogli di Ischia, non si è spenta l’eco del dispiacere profondo che ha colpito gli ambienti sportivi (ma non solo quelli) per una bocciatura che stride fortemente con i connotati di una città in crescita, dai parametri di un modello urbano ben definito e le potenzialità ancora da sviluppare in un futuro neanche troppo lontano. Ebbene, a tutt’oggi resta la forte amarezza per la retrocessione in Eccellenza, il silenzio assordante del club si è interrotto oggi 13 maggio con una nota pubblicata sui social (la comunicazione non è mai stato il lato più forte della società). Dal comunicato dei “dirigenti” (niente nomi, per carità) si evince che l’esito negativo della stagione è frutto di colpe altrui, soprattutto del pesante fardello di debiti ereditati dalle precedenti gestioni, comunque di altri. Nessuna autocritica, nessuna ammissione di una benché minima di responsabilità da parte di chi ha deciso di rilevare le quote dalla Swiss Pro come se qualcuno avesse puntato la pistola alla tempia, con la consapevolezza delle pendenze passate, presenti e future.
A questo punto, considerato che non c’è traccia di alcuna conferenza stampa o comunque di un confronto con “i dirigenti”, ai poveri cronisti, pardon “giornalisti e giornalai”, non resta che esercitare il diritto di porre domande, che non è stato concesso loro di fare.
IL SILENZIO. La signora Antonina Flavia Fiore, amministratrice della Prosoccer srl dalla metà del mese di gennaio 2026, quando fu annunciato il passaggio del 100% delle quote dalla Swiss Pro (di Guido Surace, Benno Raeber, ma soprattutto del turco Murat Yilmaz), assicurò che a giorni avrebbe rivelato l’identità dei soci della Prosoccer. Perché non è mai accaduto? Il direttore tecnico, plenipotenziario assoluto del club, il 15 gennaio scorso aveva tra l’altro assicurato che “la squadra sarebbe stata rinforzata”. Perché non è mai accaduto? “La ricreazione è finita – disse con la sua proverbiale grinta -, da oggi si cambia registro: si fa come dico io”. Tutto vero. Dopo aver presentato il nuovo allenatore Daniele Livieri e il vice Mario Isoni, Corda prese saldamente in mano le redini dell’Olbia assumendo i panni di un vero e proprio “dittatore”. Tutte le decisioni, dalle più importanti alle banalità, dovevano passare al suo vaglio e alla sua approvazione. Con una battuta, un dipendente esclamò: “Fa tutto lui, ci manca solo che tracci il terreno di gioco”. Ebbene, siamo proprio sicuri che i suoi metodi, che forse fanno parte di un calcio che non c’è più, siano stati i più idonei a ottenere lo scopo che si proponevano? Anche i suoi amici (compreso Roberto Felleca) gli rimproverano certi atteggiamenti aggressivi, ma lui va avanti imperterrito per la sua strada. La domanda che avremmo voluto fargli è: “Perché non abbiamo mai sentito un briciolo di autocritica? Perché per esempio non ci è stato consentito di chiedere all’allenatore qualcosa sulle scelte tecniche, anche dell’ultima partita? Un esempio? Perché Ragatzu in panchina?
RIPESCAGGIO. Legittimo lavorare per il ripescaggio, ma – altra domanda – da dove arriveranno le risorse per far fronte a un’esposizione debitoria che potrebbe anche crescere, come raccontato nell’articolo apparso ieri sulla Nuova Sardegna relativamente a una vertenza di alcuni dipendenti, e come fa sapere informalmente l’avvocato Mauro Cavalli che tutela gli interessi di De Grazia e altri tesserati (“Ritengo che l’attuale dissesto sia la conseguenza di gravi errori da parte di chi ha gestito la società”)?. Sarebbe corretto dunque conoscere l’identità dei nuovi finanziatori, dopo il disimpegno di Gianrenzo Bazzu che aveva garantito un poderoso sostegno alla nuova società, che però non è mai arrivato, salvo qualche piccolo aiuto. E Roberto Sulas? È ancora interessato a far parte di una nuova cordata, come farebbe pensare la sua recente presenza in città?
LICENZIAMENTI ED EPURAZIONI. Per oltre tre mesi, l’Olbia ha vissuto una vita tormentata. Firmate le liberatorie al 31 dicembre dell’anno scorso, si è avuta notizia del pagamento dello stipendio di gennaio. Tra i ragazzi, ha prevalso la voglia di giocare e l’attaccamento alla maglia, i soldi sono passati in secondo piano. Niente più scioperi (com’era avvenuto durante la gestione del Comitato di sostegno), nonostante i ritardi nei pagamenti. Azioni legali, ingiunzioni, vertenze e istanze di fallimento presentate e ritirate, esposti contro arbitri, epurazioni. Via Riccardo Pecchi, collaboratore di Giancarlo Favarin, che aveva guidato l’Olbia nella prima parte del torneo, ottenendo risultati concreti in termini di punti; cacciato il difensore Fabrizio Buschiazzo; partenze di calciatori importanti come Staffa e Lobrano, ma anche dimissioni del preziosissimo segretario del club Federico Russu, del collaboratore Natale Petta, dell’ex team manager Gianni Casula. Addio anche del preparatore atletico Carlo Giua (licenziato a febbraio), e di recente anche del suo collega Gianni Mei (silenzio anche sulle cause che hanno portato al divorzio). Clamoroso poi l’addio di Mario Isoni (coperto da un mistero assoluto), visto lo stretto legame di amicizia tra lo stesso vice allenatore e Ninni Corda. L’ultimo bye bye è quello di Pietro Rudellat, assunto da un paio di mesi come team manager e poi scomparso dai radar pochi giorni prima della gara di Ischia. Ecco, come si possono spiegare questi episodi? Sono stati frutto del caso, del destino cinico e baro, o da chissà cos’altro? Tutte queste fratture si potevano evitare o sanare?
I RAGAZZI. Due parole sui calciatori, che hanno vissuto momenti difficili anche all’interno dello spogliatoio. Alla fine, ha prevalso in loro la voglia di anteporre l’onore della maglia a tutte le polemiche e ai tentativi di mettere in rilievo qualcosa che non andava, considerati invece come attacchi ingiustificati alla gestione del club. I ragazzi (quasi tutti) ci hanno davvero creduto fino alla fine, alla salvezza, e meritano il plauso della città, ma alcuni di loro non hanno esitato, in diversi momenti, a raccontare via whatsapp ciò che via via accadeva all’interno degli spogliatoi, con dovizia di particolari, peraltro mai raccolti e resi noti da chi – giornalisti e giornalai compresi- avrebbe potuto farlo insieme a tante altre notizie che filtravano con la preghiera che le fonti restassero anonime. Il tutto per una paura terribile e delle reazioni furiose del direttore. Domanda: era proprio indispensabile incutere così tanto timore?
I SUPPORTER. Chiudiamo con la tifoseria. Anche tra i supporter si è notata qualche spaccatura non tanto sulla quantità di… tifo durante le partite, quanto sul giudizio sulla dirigenza. Non sono mancati cori indirizzati a due-tre elementi non graditi alla curva. Anche in questo caso, siamo sicuri che questa piccola frattura sia imputabile all’opera (contraria) dello Spirito Santo?
FESTIVAL DEGLI ERRORI. Conclusione. Nel calcio, come nella vita, tutti sbagliano. Tutti sbagliamo. Anche “i giornalisti e i giornalai”, pronti a fare mea culpa quando si accorgono di aver sottovalutato o sopravvalutato numerosi elementi, o non hanno saputo interpretare correttamente il senso degli eventi che hanno caratterizzato una stagione tribolatissima. Battersi le mani al petto, cospargersi il capo di cenere, è simbolo di buonsenso, di rispetto per gli altri, per sé stessi e per la propria coscienza. E per la parte che ci riguarda siamo pronti a farlo in qualsiasi momento, ferma restando la buona fede. Oltre a questa, c’è la storia personale di ognuno di noi, legata in modo indissolubile all’amatissima maglia bianca e a una città che non cambieremmo con nessun’altra al mondo. Una storia che esiste da quando chi oggi rivolge accuse e insulti con un’inaudita superficialità, non era ancora venuto al mondo. Sentenze emesse, senza valutare neanche per un secondo tanti altri fattori di valutazione che fanno parte della storia del club e della nostra città, compreso il sacro valore dell’amicizia.

